Il complesso di M.

Complesso di inferiorità. La prima volta che l’ho provato, facevo ancora le scuole medie e c’era questa ragazzina, M., alla quale i ragazzini non tiravano la coda e aveva sempre delle perfette pettinature e delle perfette borsette di Naj-oleari e delle perfette Timberland… La odiavo. Lei era perfetta sempre ma era ancora più perfetta quando stavamo in palestra e io sbuffavo sudando come un tricheco nella tuta acrilica, era perfetta all’uscita quando io avevo la coda ridotta ad un gatto randagio, perfetta anche sui pattini a rotelle con le sue perfette ginocchiere mentre io mi sbucciavo le ginocchia. La odiavo e mi rendeva insicura. M. ha inaugurato la mia stagione del complesso di inferiorità. Suppongo (voglio provare a consolarmi) che quasi tutte abbiano avuto la propria M. Il punto è che anche dopo molti anni, dopo che M. è scomparsa dalla nostra vita e i ragazzini hanno smesso di tirarci la coda (e hanno iniziato a tirarci sceme), altre M. costellano puntualmente la nostra esistenza… Sebbene abbiamo acquistato sicurezza e abbiamo ormai pensato che fosse un dovere morale imparare ad essere sé stesse sempre ci sono almeno tre occasioni in cui le condizioni ambientali sono avverse alla maggior parte di noi tranne che alle M…

1. Stagione dei saldi: affronto la stagione dei saldi come se fossi al fronte… Borsaccia a tracolla per avere le mani libere di frugare sui tavoli di Zara strappando l’ultima M. (che coincidenza) di un maglioncino che a prezzo pieno costava 29.90 ma col 30% di sconto si che ne vale la pena. Durante i saldi estivi per stare più comoda esco con le infradito e dopo un’ora ho i piedi neri come il pavimento di un gommista, le vesciche sanguinolente, le braccia segate dai sacchetti, la fronte che gronda e un non tanto misterioso alone sotto le ascelle… Probabilmente non mi sono depilata e quando entro nei loculi di Calzedonia per provare un costume da bagno bestemmio con la commessa che prova ad infilarsi per portarmi un’altra taglia cercando di nascondere i piedi neri che si intravedono da fuori… Ed eccole lì… Quelle appena uscite dall’estetista giusto per ficcarsi nel camerino, quelle che le vedi andare in giro con la borsetta al braccio, sui tacchi, truccate di tutto punto con il mascara waterproof e con un vestitino di paillettes che io non saprei mai dove indossare abbandonato sul braccio con nonchalance…

2. Mare: fino a qualche anno fa per andare al mare usavo magliette immettibili degli anni 90 credendo che comprare abbigliamento da mare fosse uno spreco visto che ci stavo per 4 mesi all’anno e in modo abbastanza selvaggio. Dopo un po’ ho capito che anche sulla spiaggia, benché si sia praticamente nudi, fare intravedere piuttosto che mostrare era una strategia d’acchiappo molto più raffinata… E tuttavia, nonostante l’acquisto di shorts e vestitini inguainanti dalle dubbie fantasie, anzi soprattutto per questo, non riesco a non arrivare sulla spiaggia grondante di sudore, con sole 4 ore di sonno e buttarmi subito in una estenuante partita a racchettoni dalla quale ucirò con una caviglia slogata mentre i capelli privi di qualunque forma si appiccicano sulla fronte in un misto di salsedine e sudore. Ed eccole lì quelle col maledetto caftano vedo/non vedo, l’immancabile mascara waterproof e persino la matita per le labbra. Ok la parte razionale e minoritaria del mio cervello mi dice che è una esagerazione, probabilmente sintomo di una grave insicurezza, andare sulla spiaggia come se si stesse andando in discoteca ma… Non sono tanto i simboli esteriori, le matite e gli stick per le labbra tirati fuori da pochettes che io metterei ad un matrimonio, a far scattare il mio complesso di inferiorità… E’ più quel controllo su sé stesse che certe donne riescono ad esercitare costantemente e che a me costantemente sfugge… Bisognerebbe comportarsi come se si fosse sempre sulla scena e inoltre un regista impietoso stesse per offrire la nostra parte ad un’altra, mi dico. Ci salverebbe la pellaccia in diverse occasioni o almeno nei casi in cui dovremmo mantenere un saldo autocontrollo e non voltarci mai.

3. Montagna: dopo 32 anni in cui ho tentato in tutti i modi di non salire sopra i 700 m. che coincidevano con la visita obbligatoria al paese dei nonni, una buona dose di incoscienza e noia mortale mi hanno convinta a tentare l’esperienza della Montagna… Quella vera… Con la neve, il freddo, la sveglia alle 6:00, la barretta di cioccolato che si scioglie in tasca in virtù di non si sa quale principio della fisica visto che fuori fa -3. Dotata di 400 straccetti per la spiaggia e di nemmeno uno che resista ad una temperatura inferiore ai 21° mi sono fatta prestare tutto il necessario dalla mia amica: il che equivale ad indossare la giacca degli anni ‘80 che mi va corta di maniche e il pantalone del nuovo completo che le va lungo di gamba. Così, come appena uscita dall’esercito della salvezza, mi sono buttata nell’avventura più desolante della mia intera esistenza. Se fidarsi è bene e non fidarsi è meglio non fidatevi mai di chi vi porta su una pista sapendo bene che l’ultima volta che siete stati in palestra risale al 1993 e vi dice di unire le punte degli sci e fare lo spazzaneve (che cazzo è lo spazzaneve?)… Il risultato è che dopo duecento metri in 3 ore percorsi esclusivamente di culo io ho fermato il Gatto delle nevi e mi sono fatta riportare su. Vergogna. Col moccolo congelato al naso, le lacrime, il mascara colato ed uno stiramento al polpaccio e la sensazione che il metodo Stanislavskij funzioni a tal punto da sentirmi addosso il terrore strisciante del candido silenzio di Shining, immaginate la mia faccia quando la prima persona che vedo sulla porta del rifugio è M. con un Monclear, i Moonboots rosa e il inferiority1fottuto mascara waterproof.

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