Ma quali sorelle, non siamo nemmeno parenti

La pubblicità, come ogni forma di comunicazione, è interessante quando stimola il cervello – che sia anche con la finalità di vendere, ma almeno lo mette in funzione. Per raggiungere questo scopo, è valido provocare, dissacrare, ironizzare sulle vacche sacre.

La condizione è quella di cui sopra, far lavorare i criceti dentro al cranio. Scomodare Mameli in nome di un blando piattume e di un’immagine femminile all’edulcorante artificale, più che una vergogna nazionale è uno spreco. Soprattutto perché la versione dell’Inno ha meno verve di una sigla di Cristina d’Avena.

Non c’è bisogno di essere chissà quanto impegnati per tirare fuori qualcosa di bello accostando un Inno Nazionale a un prodotto da mettere ai piedi, basta fare come la Nike con Marvin Gaye.