Dark&sexy, intervista con le Creep

Incontro le Creep nel backstage del Circolo degli Artisti di Roma. Si stanno preparando ad animare la serata Female Cut con il loro primo show italiano. Lauren Dillard e Lauren Flax sono un duo di dj/producers con base a Brooklyn che ultimamente ha fatto molto parlare di sé. Dopo i primi lavori usciti su Young Turks (etichetta che ha lanciato in UK gli XX e Wavves tra gli altri) sono state capaci di coinvolgere nel loro progetto alcuni dei personaggi più interessati della nuova scena elettro/trip-hop dalle due parti dell’Atlantico, da Londra a New York, come Romy Madley Croft degli XX, le Nina Sky e i Planningtorock (marchiati DFA Records). Warren Fischer dei Fischerspooner ha diretto i loro video concettuali tra cui quello sensuale e misterioso del singolo “Days”. Gli ultimi mesi le hanno viste protagoniste su tutte le principali riviste di musica indipendente ed elettronica come alfieri del movimento Witch House, un genere che incorpora elementi di shoegaze lo-fi, trip-hop, hip-hop made in Houston, musica house e un’immaginario da film dell’orrore. Sedute comodamente sui divani del backstage Lauren e Lauren mi raccontano subito che si sono conosciute nel 2004 grazie al social network Friendster e che sulla prima canzone creata insieme fu addirittura Peaches Geldof a cantare, blaterando qualcosa sulle sue extension bionde. Ma quello che voglio indagare è l’approccio femminile che le Creep portano nel mondo molto maschile della produzione. Una missione che sembra essere confermata dal simbolo delle donne nel loro logo.

Vedendo il vostro logo qualcuno potrebbe pensare che siate delle femministe.

Il logo l’abbiamo disegnato noi stesse. Non abbiamo pensato a una questione politica, ci sembrava semplicemente un’immagine d’impatto e poi siamo due donne e molti dei nostri amici musicisti sono donne. Si, in effetti siamo un circolo al femminile. Al momento c’è una grande presenza femminile nella musica soprattutto in campi tradizionalmente maschili come la produzione. Non è fantastico?!

C’è mai stato qualche uomo che vi ha detto: non siete capaci a produrre perché siete donne?

Figurati, nessun uomo ci spaventa! Anche se ci fosse stato non lo avremmo ascoltato, non gli avremmo dato importanza. Noi stiamo producendo, tutto il resto è irrilevante. Non rispondiamo a queste provocazioni ma mostriamo quello che sappiamo fare.

Qual è la caratteristica femminile nella vostra musica?

Non ne siamo certe, è tutto aperto all’interpretazione. Ma riconosciamo che c’è una sfumatura dark che unisce il nostro lavoro a quello di tante altre donne che stanno facendo musica in questo periodo. Personalmente ci affascina il lato più soft della musica dark. Per esempio quando nacque il dubstep era un martello pneumatico, la tipica musica per ragazzi. Ora noi mettiamo in evidenza il lato più morbido e nascosto. Dark e sexy, è questa la nostra formula femminile.

Quali sono le donne con cui vorreste lavorare?

Il sogno più grande da realizzare è quello di lavorare con Beth Gibbons dei Portishead. Ma non stiamo forzando la mano vorremmo che la cosa succedesse in modo naturale, incrociando i nostri percorsi professionali. Di solito ci muoviamo in questo modo con tutte le persone con cui abbiamo collaborato. Anche se c’è un’eccezione: la cantante canadese Grimes (aka Claire Boucher) a cui abbiamo dato la caccia. Non la conoscevamo personalmente e morivamo dalla voglia di lavorare con lei: le abbiamo inviato la nostra musica e ci sono voluti mesi prima che l’ascoltasse. Poi finalmente siamo riuscite ad incontrarci in un concerto a Londra, siamo andate subito d’accordo e ora stiamo scrivendo delle cose insieme.

Lavorereste con Lady Gaga?

Perché no? Sarebbe molto interessante lavorare con lei e con altre popstar come Missy Elliot.

Nelle vostre produzioni c’è anche molto R’n’B. Vi sentite legate a questo genere?

In realtà ascoltiamo davvero di tutto. Dall’R’n’B alla musica industrial. In passato eravamo innamorate del trip hop ma anche dell’house di Detroit.

Cosa c’è nel futuro prossimo per le Creep?

Stiamo finendo il nostro disco che dovrebbe essere pubblicato a marzo. Tra le altre ci sono collaborazioni con Grimes, Kazu Makino dei Blonde Redhead e Andrew Wyatt dei Miike Snow. Vedrete, vi stiamo preparando molte sorprese!

Il romanticismo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno

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No, non me lo sono inventato io. E non è neanche il parto di una riflessione tra amiche. Anche se, in effetti, eravamo arrivate alla stessa conclusione di “Lui la prese tra le braccia virili e avvicinò le labbra alle sue. Il sorprendente effetto che i romanzi rosa hanno sul nostro lavoro”, l’articolo pubblicato all’inizio di luglio sul Journal of Family Planning and Reproductive Health Care che ha avuto una certo eco anche sulla stampa italiana. L’autrice è la psicologa e terapista di coppia Susan Quilliam, famosa anche per il suo ruolo di agony aunt su varie riviste. Come avrete capito si parla di un eccesso di romanticismo e in particolare dei romanzi di amori fiabeschi pubblicati in gran parte da Harmony (in Inghilterra la casa editrice omonima è Mills and Boon). Secondo la Quilliam queste storie non hanno perso il loro appeal e le donne le leggono non per sfuggire alla dura realtà ma per cercare di ritrovare la scintilla nel loro rapporto di coppia. Tutto bene fin qui. Ma c’è un problema: le grandi lettrici di romanzi rosa arrivano al consultorio con la testa infarcita di uomini irresistibili e amori a cui abbandonarsi senza neanche un pensiero, tantomeno, ad esempio, quello di usare il preservativo. La Quilliam cita una recente ricerca: solo nell’11,5% dei romanzi stile-Harmony si fa riferimento al preservativo anche perché tipicamente la protagonista preferisce non avere nessuna barriera tra lei e il suo eroe. Per non parlare poi della mitologia sull’orgasmo (ah, davvero non si raggiunge sempre e tantomeno con la sola penetrazione?) o del mettere al mondo bambini per rafforzare il legame di coppia. Insomma problemi reali creati da comportamenti suggeriti da storie irreali. Più in generale le storie romantiche sono portatrici di valori illusori che interferiscono con la realtà di coppia: “Il sesso può essere fantastico e la relazione piena di amore ma nessuno dei due sarà mai perfetto e idealizzarli è la via più veloce per i cuori infranti”. L’articolo, che trovate per intero qui, è interessante anche perché traccia l’evoluzione dei romanzi rosa, più attenti al piacere femminile, al ruolo della donna nella società e ormai suddivisi in varie categorie (non ultima quella dei vampiri).

Ora, se non avete mai letto un libro Harmony non pensate subito “figurati se io ci casco”. Perché qui torniamo alle riflessioni tra amiche, ben lontane dall’essere delle divoratrici di romanzi rosa, eppure convinte ugualmente che un eccesso di romanticismo idealizzato sia il male. La realtà è che qualsiasi donna è sottoposta, fin dalla più tenera età, ad un vero e proprio bombardamento di “amore perfetto”. Dalle favole, ai film, alla televisione, ai libri, alle riviste e ora anche da Internet e dal gossip. Storia vecchia quella del principe azzurro, la sappiamo. Piccola Posta, il film di Steno del 1955 con Franca Valeri e Alberto Sordi aveva già inquadrato la questione con brillante ironia

Fatto sta che nel 2011 siamo ancora lì, a papparci storie superficialmente evolute ed ironiche (cos’è la letteratura chick-lit altrimenti?) o, ancora peggio, a leggere manuali su come “trovare l’uomo perfetto” , “sconfiggere la stronza che ce lo vuole rubare”, “sposarlo in tre mosse”, “diventare una dea del sesso”. Insomma vogliamo a tutti i costi la perfezione, l’happy ending, l’amore fou o almeno il matrimonio da favola. A volte mi viene da pensare che tutto questo furore immaginifico che ci fa volare così alte sia una risorsa femminile. Se una riuscisse a non fare danni, soprattutto a se stessa. Se questo non accade allora è davvero una nevrosi culturale. Che ci porta a non tutelarci, a perdere il contatto con la realtà, a spegnere letteralmente il cervello lasciando spazio a comportamenti autolesionisti; in definitiva a non vivere tutto il bello che può esserci. E, naturalmente, lo dico per prima a me stessa.

Un volto per Estasi: il mio (di Naike Valeriano)

Alzi la mano chi non ha sognato almeno una volta nella vita di partecipare ad un concorso di bellezza e ricevere il titolo di miss, poco importa la carica, purché preceduta da un “miss”. Ecco. Di concorsi per divenire miss, ce n’è per tutti i gusti: dai più celebri e di carattere nazional popolare come Miss Italia e Miss Universo, in cui si elegge la più bella tra le belle, a quelli di carattere più regionale ma non per questo meno degni di nota come Miss Maglietta bagnata (urrà) e Miss Muretto, per finire a quelli meno conosciuti.

Questi ultimi spuntano fuori come funghetti in un bosco, è impossibile contarli e si muovono nei territori più disparati, dai centri commerciali alle sagre della salsiccia, a ciascuno la sua miss: e lo dice una che non molto tempo fa ha preso parte all’allestimento di Miss Croccantino in una lontana provincia del beneventano. Ebbene, la sottoscritta oggi si è levata lo sfizio e ha partecipato a un casting per la selezione della testimonial per una nota catena di profumerie.

Il logo del Concorso

L’iniziativa è partita dalla mia cara cugina Razor Simona che mi ha proposto, sotto invito di un responsabile dei casting, di fare un salto ad una delle numerose tappe del concorso “Un volto per Estasi” (qui il sito dedicato all’ iniziativa) per vedere in che modo si svolgessero le selezioni. Quindi ho brandito macchinetta fotografica e, in una calda domenica romana, mi sono diretta verso uno dei tanti centri commerciali che popolano la periferia della Città eterna e in cui uno staff di addetti alle selezioni (tutti molto carini), con tanto di fotografo e make-up artist, aveva allestito un piccolo corner per il casting. L’inviata speciale che è in me si è trasformata in reporter per un giorno e, come tutte le brave reporter e per calarmi meglio nella parte di aspirante miss, mi sono iscritta al concorso compilando un coupon e mi sono fatta anche truccare, in poche parole ho partecipato in prima persona sicura di non poter vincere (a breve il perché).

Me la sono cavata benissimo, fingendomi un po’ svampitella e scegliendo di affidarmi alla truccatrice e di lasciare che si sbizzarrisse. Risultato? Un po’ drag per i miei gusti (io, mi preferisco più nature). D’altra parte non avrei mai potuto dire a una professionista che “no, non amo mettere il fondotinta, giusto un po’ di correttore” e “no non amo giocare con gli ombretti perché sulla mia faccia fanno sporco” e poi fare foto richiede un certo tipo di trucco, quindi un po’ ci stavano, fondotinta e cipria e 5 ombretti (non vincerò mai). La cosa bella però è che ho anche imparato un paio di dritte sull’idratazione della pelle e su come eliminare le macchie dal viso, come quella che porto io sul labbro dopo un tentativo fallito di ceretta al caramello fai da te: il segreto è nell’applicare su tutto il volto  una crema schiarente. Considerando che tra un mese saremo tutti al mare, in pratica diventerò la mosca bianca (l’ho già detto, che non vincerò mai?). L’argomento è spinoso e richiede un intero capitolo a parte. Ma torniamo al concorso.

Dopo trucco e parrucco sono passata al set fotografico canticchiando Superfreakcome se fossi in Little Miss Sunshine. Ho mimato un paio di pose da diva prendendo spunto da Audrey Hepburn e dalla mia Marylin e subito dopo ho scambiato due chiacchiere con i ragazzi dello staff e passato ai raggi x le altre due aspiranti miss, una sui 25 anni, l’altra decisamente sopra i 50.

Naike in posa

Sì, 50, volto comune, curato, espressione piuttosto compiaciuta. A quel punto ho iniziato a punzecchiare le responsabili del casting per sapere qual è la donna-tipo che aspira al titolo e, pensate un po’, quelle dai quaranta in su quest’anno sono accorse numerose, più inclini e nondimeno agguerrite nel concorrere. E’ oramai opinione comune che i quaranta di oggi corrispondano ai trenta di un tempo. Probabilmente partecipano mosse dal mio stesso spirito, che è un po’ quello del “e perché no?”.

E’ così bello giocare. In più il titolo dato alla campagna pubblicitaria di quest’anno è “Joie de vivre”, quindi direi che anche mia nonna potrebbe candidarsi e sarei pronta a scommettere che godrebbe degli stessi diritti e privilegi riservati alle più giovani. E’ proprio questa la parte che mi è piaciuta di più. Sono un po’ spocchiosa e forse oggi ho un po’ il dente avvelenato, ma la giornata è stata stupenda e mi hanno fatto provare l’ebbrezza dei famosi 15 minuti di celebrità.  Detto questo, non vincerò mai. Le foto raccontano.

Chi sono?

Nostra Signora del Giallo

È ufficiale. Bruno Vespa, o chi per lui, non si è inventato nulla e gli inquietanti plastici percorsi millimetro per millimetro nelle estenuanti maratone mediatiche e voyeuristiche che si affacciano sull’orrore di delitti insoluti, o in cerca di soluzione, vengono come al solito da molto più lontano ed esattamente da una donna molto particolare: Frances Glessner Lee, la vera signora in giallo, potremmo dire.

La signora al lavoro

Dark Bathroom

Dark BathRoom

Classe 1878, madre di tre figli e divorziata, conobbe George Burgess Magrath, accademico di medicina ad Harvard, e con lui si appassionò alla criminologia. Prima che della criminologia però, Frances era appassionata di case di bambola e lei unì le due cose: nacquero così i Nutshell studies of unexplained death, case di bambola che ritraggono 40 omicidi insoluti, precise al millimetro e, ovviamente, abbastanza inquietanti. Le case di bambola di Frances, che nel 1931 sovvenzionò l’apertura della prima cattedra di medicina legale ad Harvard, costituivano la materia su cui analizzare scena del crimine e profili dei criminali nel corso di alcuni seminari per i poliziotti della futura scientifica. I plastici sono stati omaggiati nella puntata di CSI dal titolo Miniature Killer.

Culla

I plastici sono oggi conservati nel dipartimento di medicina legale di Baltimora e sono ancora fondamentali per gli studi di patologia forense. Aspettando il prossimo delitto estivo e i prossimi plastici e criminologi televisivi (chi l’ha detto che questo blog non sia un po’ cinico?) gustiamoci (mai termine fu più volutamente e provocatoriamente sbagliato) le scene del crimine formato bambola fotografate da Corinne May Botz (qui il sito della fotografa).

Se avete tempo qui invece trovate il sito di una studentessa con descrizioni dettagliate dei casi.

Lasciatevi Trans-portare

A pochi giorni dall’EuroPride e dalla bellissima performance canora e oratoria di Lady Gaga mi è venuta in mente una pubblicità avvistata su una rivista (credo fosse Dipiù o qualcosa di analogo) che ho scroccato alla mia vicina di sedile sul treno, qualche giorno fa. La pubblicità è quella di TTTLines, una compagnia di navigazione che collega Napoli a Catania. La pubblicità ha come testimonial un transgender cosa che testimonia (gioco di parole voluto) un bel cambio di prospettiva sul mondo GLBT: una pubblicità peraltro non volgare, non pruriginosa e simpatica quanto il sorriso della testimonial. E poi la pubblicità è l’anima del progresso no ? E se non lo è o non lo è sempre è una potente forma di comunicazione.

Foto della Pubblicità presa da un blog in cui si specifica che il cartellone si trovava di fronte al centro commerciale Euroma2

Quindi, spero di vederne molte pubblicità così, come spero di vedere un altro EuroPride pieno di eterosessuali, famiglie e bambini come quello di sabato scorso. Cosa che ha dimostrato quanto il clima sia cambiato. E’ vero che le aggressioni che hanno fatto cronaca negli ultimi mesi sono da condannare ma si può forse leggere il fenomeno sotto un’altra lente: fanno cronaca le aggressioni perché la comunità GLBT non si nasconde più. Se ci si nasconde non c’è nessuno da aggredire. Il paese reale come sempre è scollato e viaggia più veloce di quei piccoli poveri esegeti di un rifiuto ideologico della contemporaneità, dell’amore e della libertà di essere ciascuno come natura ci ha fatti/e.

Guida pratico-teorica per affrontare la commessa stronza

In uno dei nostri mensili preferiti questo mese si parla di stronze. Si, stronze: colleghe, ex amiche cannibali diventate amiche dei nostri amici e che non ci invitano alle loro uscite e un altro paio di esemplari con cui quasi tutte abbiamo avuto a che fare nella nostra vita. Eppure c’è un tipo di stronza con cui sicuramente tutte abbiamo avuto a che fare almeno una volta: la commessa stronza.

"Non credo che le possa stare bene..."

Della commessa stronza, specie che si annida nei nostri luoghi di elezione, i negozi, ci parla la nostra nuova Razor Cugina Naike Valeriano (trovate una sua breve descrizione qui) una che di moda, e quindi di commesse, se ne intende!

Ecco a voi un approccio teorico e pratico alla commessa stronza.

“Il caldo impazza e la necessità di mettere su vestitini più leggeri si fa sempre più forte. Così un paio di giorni fa ho deciso di entrare in un negozietto di abitini (tanto per aggiungere un altro pezzo al mio guardaroba estivo che campeggia su di uno stand – non ho ancora un armadio), dove mi sono imbattuta nella commessa più stronza che mi sia mai capitato di incontrare.

Avete presente la commessa bionda che in Pretty Woman fa piangere Vivian a Rodeo Drive perché non la ritiene all’altezza di fare acquisti nel suo negozio? Stesso caso, solo che al posto di Julia Roberts c’ero io e  mi trovavo sulla Tiburtina e non a Rodeo Drive. Ah, e non sono neanche una passeggiatrice.

Ora, è cosa risaputa che al mondo esistano commesse stronze. La commessa stronza si può trovare ovunque: in profumeria, al supermercato, dal fioraio, ma è soprattutto nei negozi di abbigliamento, che tende ad annidarsi. Le stronze di quest’ultima schiatta possono, in alcuni casi, realmente minare l’autostima già pari a zero di una donzella, in special modo se detta donzella è in fase premestruale come me in questi giorni.

Il fattaccio si è svolto in circa trenta minuti ed è stato raccapricciante, poiché la commessa in questione ha osato palesare che il vestitino che volevo provare non fosse adatto a me. Una vera stratega, voto 10. Qui, col fumo che mi usciva da naso e orecchie, stanca  di cercare rifugio nelle librerie o peggio ancora nel cibo, perché a volte le commesse dei negozi di abbigliamento mi trattano male,  ho deciso di diventare stronza anche io e di provare non uno, ma tre vestiti, identici, in tre colori diversi. In tempi non sospetti mi sarei consolata con un milk shake al cioccolato!

La lotta all’ultimo vestitino ha richiesto che battibeccassimo un po’, a bassa voce, sfoggiando qua e là sorrisini falsi e scambiandoci sguardi mefistofelici. Io tenevo i vestiti dall’appendiabito e lei li tirava dal lato opposto perché rifiutava di farmeli misurare. “Dia qui” . “Ma sono uguali e comunque è inutile!”. L’avrei strangolata, no credendo nemmeno io a ciò che stava accadendo.

Quante volte ci è capitato di trovare una stronza così? E quante volte ci è capitato di pensare “se fossi io mi comporterei diversamente” o “potrei vendere anche il ghiaccio agli eschimesi”?

Vuoi vedere che me li provo tutti, tutti?

Conscia che esistano anche addette alla vendita brave e professionali, ma pur tuttavia fresca di scontro, a pochi giorni dall’arrivo del ciclo (sul depresso andante) e last but not least, cliente esperta (o perlomeno convinta di esserlo) di psicologia della vendita, questa mattina ho deciso che avrei scritto una mini-guida per far fronte a questa piaga che, di tanto in tanto mi affligge in quanto amante dello shopping.  Chissà che non torni utile ad altre malcapitate.

Sono pochi, gli accorgimenti utili per riconoscere una commessa stronza. Ecco qui quattro piccoli step:

1) Entri in un negozio e lei quasi quasi neanche ti saluta. Sta con le braccia dietro la schiena e si aggira per il negozio con fare sospettoso. Attenzione, potrebbe essere lei.

2) Ti appropinqui ai vestitini e in men che non si dica te la ritrovi col fiato sul collo. Si dice siano dotate di propulsori speciali che si attivano non appena tu, cliente, sfiori un capo. Ti chiede due o tre volte di seguito: “Le serve qualcosa?” oppure: “Visto qualcosa?” e tu rispondi con la coda tra le gambe: “no grazie, do solo un’occhiata”.

3)Ti trattieni qualche minuto su di un capo e lei ti fa i raggi x, ma non ti incoraggia a provarlo perché tu, non le sei simpatica. Così vai al prossimo.

4) A questo punto ti compare una X rossa e gigante sul corpo: lei ti ha schedata. Quindi hai due opzioni: puoi andare via gambe in spalla, oppure rimanere ancora e cercare qualcosa di interessante da misurare, anche se a quel punto ti è già passata la voglia di fare acquisti.

Se scegli la prima opzione, non preoccuparti, magari la prossima volta riuscirai ad affrontarla, la stronza (magari leggendo questa mini-guida). Nel secondo caso, invece, sei una battagliera e hai appena deciso di scendere in trincea. In soldoni: diventi stronza anche tu, e che soddisfazione!

La rivincita Sulle Stronze

Ecco come: inutile dire che i vestitini (li indossavo meravigliosamente, tie’ ), dopo averli provati ed essermi intrattenuta nel camerino più del normale – orologio alla mano mentre lei, fuori, misurava il pavimento a grandi falcate –  non li ho presi punto. Si chiama dispetto. Soffrirò anche di sindrome premestruale, mi sentirò bruttissima, gonfia, pallida, opaca come un merluzzo al vapore, avrò bisogno di mille conferme per pompare il mio ego. Ma giammai, permetterò a una stronza di mettermi i piedi in testa. In più, la miglior vendetta verso la commessa stronza credo consista nel cercare altrove ciò che lei non è capace di vendere. Il peggio è il suo. E poi, le vie dello shopping sono infinite…”

(Naike Valeriano)

10 cose che non sapevate sull’orgasmo

Si intitola così l’intervento di Mary Roach, autrice di “Godere” (Einaudi), alla conferenza TED del 2009.

https://ted.com/talks/view/id/549

Un intervento brillante e ricco di humour che prende spunto da vari  e più o meno oscuri studi scientifici sull’orgasmo. Insomma la Roach in azione è una conferenziera irresistibile che sa ben ritrarre la difficoltà che la scienza ha incontrato nel capire i meccanismi di quel mistero chiamato orgasmo. Considerate, ad esempio, che un orgasmo è inducibile anche bei cadaveri e immaginate il resto.

Se l’intervento fosse stato fatto oggi probabilmente la scrittrice e divulgatrice statunitense avrebbe aggiunto un undicesima cosa, sebbene non sia poi così sconosciuta visto che la notizia ha fatto il giro del mondo. Ana Catarina Silvares Bezerra, contabile brasiliana 36enne, ha vinto la sua battaglia legale. Affetta da “sindrome da eccitazione genitale persistente” che la costringe a masturbarsi fino a 40 volte al giorno, la donna ha ottenuto dal tribunale di poter avere sul lavoro una pausa di 15 minuti ogni due ore per masturbarsi. Qui la news. La sentenza è shock anche perché riconosce l’esistenza della PSAD (Persistent sexual arousal disorder). Una cosa che a leggerla qualche tempo fa sarebbe sembrata una notizia a metà tra rarissimi casi medici e leggenda metropolitana. L’orgasmo, a volte, non è tutto questo divertimento.

http://www.beautifulagony.com (tanto per entrare nel "vivo" dell'argomento)

Dormi C***o! Favole della buonanotte per genitori stressati.

Molti bambini non vogliono proprio saperne di dormire la notte o fanno i capricci (non solo) prima di addormentarsi. Che essere genitori significhi necessariamente essere privi di ironia, sempre disponibili e dover ammettere di non odiare mai i propri pargoli è uno di quei tabù duri a morire che nega la patente di individuo all’uno e all’altro: i figli, oltre ad essere piezz’ e core (noto titolo di nota canzone di Mario Merola che è assurta al ruolo di vessillo dell’amore paterno e materno), come si usa dire dalle nostre parti, sono spesso dei grandi rompi balle e i genitori, soprattutto la mamma, non è proprio “come un albero grande che tutti i suoi frutti dà: per quanti gliene domandi sempre uno ne troverà” (la prima strofa di una delle tante  nursery rimes di cui ho ricordo). Insomma a volte anche le mamme si rompono le palle e sarebbe un loro diritto che ciò venisse universalmente riconosciuto.

Tesoro e adesso dormi ... Cazzo!

Bene. Go the F**k to sleep (Adam Mansbach) è un libro di favole pieno di parolacce il cui titolo in italiano suonerebbe tipo “Dormi, cazzo“! Probabilmente non sarebbe il caso di leggerle ai vostri bambini, se non volete che essi diventino degli insonni che vanno in giro per casa a smadonnare perché non riescono a chiudere occhio. E tuttavia, finalmente, qualcuno da voce ad uno degli ultimi, grossi, tabù legati all’immagine sempre amorevole e candida dei genitori.

Tra l’altro il libro è splendidamente illustrato e veramente divertente. Qui una rima:

The cats nestle close to their kittens now


The lambs have laid down with the sheep. 


You’re cozy and warm in your bed, my dear


Please go the fuck to sleep.

I gatti si acciambellano coi micini,

Le pecore con l’agnellino si posano.

Sei al caldo nel tuo lettino, tesoro mio,

ti prego, e che cazzo, ora dormi.

Qui alcuni estratti dell’audio-libro.

Oggi sposi, domani chissà. Ma intanto…

Secondo l’ISTAT in Italia non si sposa quasi più nessuno: dal 1970 a oggi nel nostro Paese il numero delle celebrazioni si è ridotto della metà. A questo fenomeno si aggiunge l’esorbitante numero di separazioni e divorzi che si consumano ogni anno: quattro matrimoni su dieci finiscono in tribunale. Facile riprendere il famoso titolo di un film: quattro matrimoni … E un tribunale.

Il matrimonio è un gioco da ragazze

I motivi? Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani afferma che la crisi economica che ci attanaglia  è assolutamente disincentivante per i più giovani a fare il grande passo. Affittare o acquistare un immobile è diventato un lusso proibitivo, soprattutto nelle regioni centro-settentrionali. E la disoccupazione giovanile, specie quella femminile, «non consente progetti così importanti» (Il Giornale, qui).

Eppure altre fonti e una semplice osservazione della realtà circostante ci dicono che, paradossalmente, sul matrimonio c’è sempre più attenzione. Il mese scorso Velvet, il mensile femminile de La Repubblica ha dedicato un intero articolo al matrimonio rilevando come si stia sempre più diffondendo la febbre da matrimonio, soprattutto il “buon matrimonio”, come dicevano le zie zitelle delle nostre mamme commentando i matrimoni altrui: insomma il matrimonio con il buon partito, il matrimonio d’interesse.

Un po’ ce ne eravamo accorti che il matrimonio andasse di moda: Enzo Miccio ci allieta con le sue composizioni di piselli odorosi in Wedding Planner espressione che dà il nome al programma di Discovery Real time sui professionisti nell’organizzare nozze indimenticabili e professione che potrebbe riabilitare tutti i laureati (disoccupati) in sociologia e scienze della comunicazione. Intimissimi ha lanciato di recente la Wedding Collection e, se un marchio di lingerie decisamente di fascia media si lancia in una operazione del genere, evidentemente il mercato è ancora più che ampio. Anche Max Mara (cosa alla quale aveva già pensato mia sorella, scegliendo un vestito Max Mara per il suo matrimonio) ha lanciato la collezione sposa. Probabilmente l’effetto Kate-William si farà sentire, ancor più se coniugato alla tendenza che vede in risalita il matrimonio di interesse.

Si commenta da sola

E’ vero che molte star, anche abbastanza recidive, se non dotate di un’immagine poco convenzionale, stanno per convolare a giuste nozze: la prima in ordine di importanza direi che è la Kate, l’unica Kate a Londra, come recitava un manifesto circolante nei giorni del matrimonio reale. Kate Moss si sposerà il 2 luglio prossimo con Jamie Hince, chitarrista dei The Kills. Aspettiamo frementi di vedere l’abito indossato da Kate, e scommetto che lo faranno anche quelli che non hanno il coraggio di ammetterlo.

Stanno per sposarsi anche Petra Nemcova, un’altra top (e con un altro Jamie (Belman), Naomi Campbell e Vladislav Doronin. Per restare in Russia sono previste nozze per Anna Abramovich e Nicolai Lazarev (in un’intima cerimonia a St. Barth che costerà pare 8.000.000 di dollari). Per non parlare poi del prossimo matrimonio reale, quello tra Alberto di Monaco e Charlene Wittstock (che speriamo francamente vada meglio di quello delle sorelle e anche del padre, ahi noi).

Fatto sta che tutto questo parlare di matrimonio mi ha messo una strana sensazione addosso (oh oh) e ho fatto un giro in rete per cercare di trovare qualche idea che possa incontrare gusti meno regali, per così dire, e più reali.

Mi sono indirizzata sullo stile vintage-rock and roll e ho trovato un sito molto carino dal quale si possono prendere vari spunti. Si chiama rocknrollbride e si trova qui.

Foto scattata a Londra lo scorso Aprile (Courtesy of me medesima)

Per il momento, nell’attesa, continuo a bearmi di avere avuto un’idea (molto tempo fa) che ho ritrovato in una guida al nuovo matrimonio compilata qualche tempo fa su VF: perché spendere tanto per un servizio fotografico in cui il fotografo di paese vi farà arrivare tardi al banchetto e rischiare di rotolare sugli scogli o farsi pungere da un’ape (cose realmente successe)? Dotate i vostri amici di macchinette usa e getta e avrete un servizio particolarmente accurato e da punti di vista decisamente diversi. Per ora rinuncio, almeno in teoria, alla idea trash e balorda di usare delle spillette con la faccia della coppia (chi, dove, quando?) come bomboniere…

 

Fare i genitori: l’anno della tigre (e della pecora permissiva)..

È qualche mese che le polemiche infuriano intorno al tema dell’educazione dei figli da parte dei genitori. È stato pubblicato anche in italia pochissimi mesi fa (Sperling e Kupfer, 2011)) un libro che ha scandalizzato l’America: il Ruggito della Mamma tigre di Amy Chua docente di diritto internazionale nella esclusiva Yale Law School, cinese-americana, figlia di immigrati con un marito di ebreo americano. Come ha scritto Federico Rampini sulle pagine di Repubblica: “è un libro molto ricco e affascinante, ma la parte che ha fatto scandalo in America è una sola, quella in cui Amy Chua descrive i metodi con cui educa le due figlie, metodi più ispirati alla cultura confuciana che alle consuetudini americane: disciplina ferrea, divieto di guardare la tv o di trastullarsi con i videogame. Perfino le feste dagli amici sono proibite per dare la priorità allo studio”. Tutto ciò con l’intento ben preciso di coltivare il talento dei figli e indirizzarli verso carriere fulgide. 

Proprio di oggi, sempre su Repubblica, una notizia che sembra una risposta al ruggito della mamma tigre.

Il professor Bryan Caplan in un nuovo manuale “Selfish reasons to have more kids: why being a great parent is less work and more fun than you think” (Ragioni egoistiche per fare più figli: perché essere un bravo genitore è meno faticoso e più divertente di quanto si pensi) afferma esattamente il contrario: rilassatevi, divertitevi, lasciate che i vostri figli stiano davanti al computer o alla tivù e per cena ordinategli la pizza. Insomma, la rivincita della mamma chioccia, agnello, pecora (e chi più ne ha più ne metta) ma, potremmo dire, sostanzialmente fancazzista.

Bryan Caplan psicologo ed economista, citando dati e statistiche su gemelli e figli adottivi, dimostra che raramente il modo in cui i genitori allevano i figli ha un effetto su come diventeranno da adulti.

"Figli dei Fiori"

Fatto sta che noi abbiamo la sensazione che, in questo campo, la ricetta non ci sia proprio. Partiamo da una considerazione personale. Proprio ieri sera ho assistito ad una conversazione tra un mio amico e i suoi genitori: normalmente egli si lamenta del fatto che i suoi genitori gli abbiano, per dire, impedito di coltivare le sue aspirazioni adolescenziali (ovviamente fare il musicista) e l’abbiano fatto studiare dai salesiani. Parimenti loda il fatto che gli abbiano sempre permesso di non doversi smazzare per lavorare e l’abbiano mantenuto senza battere ciglio. Ebbene, ieri sera gli ha rinfacciato di non averlo mandato a lavorare sin da giovanissimo. Mamma tigre, mamma agnello? Genitori, non vi angosciate, qualunque cosa facciate, vi sarà rinfacciata.

Un esempio della totale confusione in cui versa il campo dell’educazione genitoriale è quello delle Celebrities.

Una serie di coppie di genitori permissivi hanno provocato molti danni ai loro figli (che si siano ripresi o no): Drew Barrymore e i suoi problemi di droga sin da piccolissima ne sono un esempio. River Phoenix, figlio di hippies è finito decisamente male.

Parliamo dei poveri genitori della Gaga che adesso si ritrovano a fronteggiare le manie emulative della figlia minore Natali. Stranamente sono preoccupati che la ragazza diventi come la sorella … Troppo attaccata al lavoro, non alle bistecche di Manzo.

Katy Perry

Di qualche giorno fa sono le dichiarazioni di Katy Perry (VF America di Giugno) che sembra abbastanza confusa: dice di non aver avuto una infanzia e di essere vissuta in una famiglia intollerante e chiusa (e guarda quanto è tollerante e aperta lei) ma nello stesso tempo afferma che i genitori sono felici del suo successo. La palese contraddizione, cara ai giornalisti, fra l’esuberanza della sua carriera e la rigidità delle sue origini.

Tra i genitori estremamente permissivi, che non hanno per questo rovinato la carriera dei propri figli, possiamo sicuramente annoverare quelli di Woody Allen, cui va il premio per l’originalità: “Quando ero piccolo, mia madre mi diceva sempre: “Se uno sconosciuto ti avvicina, ti offre caramelle e ti invita a salire in macchina con lui, vacci!” (W.A.).

E voi che tipo di genitori avete avuto?