Razor Sisters per il sociale: ottobre, tempo di revisionarci le tette.

In questo mese si ribadisce il concetto che anche noi donne dovremmo dedicarci molto più spesso alla vera cura delle nostre tette. Diamogli più di un’occhiata, tocchiamole, palpiamole e magari sottoponiamole ad una visitina, per esempio chiamando all’800.998877 il numero verde attivato dalla  LILT, Lega Italiana Lotta Tumori. Il link al sito con tutte le info utili lo trovate qui.

Tutti i ragazzi in classe le hanno già controllate. Dovresti farlo anche tu.

 

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Boys&girls

Esce oggi nelle sale “Tomboy”,  il film della regista francese Céline Sciamma, classe 1978, che si è aggiudicato il Teddy Award all’Ultimo Festival di Berlino e i premi del pubblico e della giuria al 26° Torino GLBT Festival. Un racconto diverso dell’infanzia e della prima adolescenza, attraverso il tema dell’identità sessuale e del genere. Laure, 10 anni, cambia quartiere e con i nuovi amici si finge maschio in un crescendo venato di suspence e di magia fino all’epilogo e allo scontro con la realtà. La marcia in più di Tomboy (maschiaccio in inglese) è quella di farci osservare il mondo attraverso gli occhi della protagonista, della sorellina e dei loro amici. Un mondo in cui tutto può essere, in cui l’identità sessuale non è decisa ma è una potenzialità, un gioco tra le pieghe della realtà. Con parti uguali di sensibilità e di leggerezza ci riporta al momento della nostra infanzia quando abbiamo sentito esattamente la stessa cosa. Come abbiamo potuto dimenticarlo? E poi: dove finiscono le convenzioni e iniziano i desideri? Il mondo e le regole dei grandi rimangono fuori mentre Laure gioca a calcio maschio tra i maschi o corrisponde Lisa che si innamora di lui/lei perché ha qualcosa di diverso dagli altri bambini. “L’infanzia è spesso dipinta come un’età dell’innocenza”, afferma la regista, “ma io credo che sia una stagione della vita piena di sensualità e emozioni ambigue.” Che più candide e condivisibili non potrebbero essere, aggiungiamo noi. Tomboy, girato in 20 giorni, brilla anche grazie ai protagonisti e alla chimica tra di loro (volutamente cercata dalla Sciamma tanto che per interpretare gli amici di Laure si sono scelti gli amici veri della giovane e perfetta attrice). Trovare un buon film ultimamente è davvero un’impresa ardua, questo fate in modo di non perderlo.

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Dell’amore e dell’orgasmo, intervista a Sofia Natella

Qual è la connessione tra sesso, cuore e cervello? Una bella domanda a cui, almeno in parte, ha cercato di rispondere Sofia Natella, milanese, 26 anni, in arte e online Sophieboop (eletto miglior blog erotico nel 2009). “La disposizione degli organi interni” è il suo primo romanzo da poco pubblicato nella collana Aliberti Freestyle. La protagonista si innamora di un uomo e, nonostante il sesso stellare, non riesce più ad avere un orgasmo. In preda alla frustrazione si rivolge a un dottore che le indica un lungo e impegnativo percorso, una strada fatta di esperimenti che, ben prima del clitoride, toccano il cuore e il cervello. Un romanzo erotico, certo, ma anche una storia di formazione sentimentale che implica la ricerca del piacere e il diritto ad essere felici. Ne abbiamo parlato con Sofia.

Esiste davvero un dottore come quello a cui si rivolge la protagonista del libro? E se gli dovessimo trovare un ruolo sarebbe più un ginecologo o un analista?

Nello specifico no, il dottore non esiste, è frutto della mia discutibile immaginazione quanto a fattezze fisiche e caratteriali, ma esistono tantissimi specialisti validi, che possano aiutare tante donne ad essere più consapevoli e soddisfatte della propria sessualità. Parlando di ruoli, per il dottore ho fatto riferimento alla figura del sessuologo, ma volevo che più che a un medico somigliasse a un grillo parlante, anche se più enigmatico e meno pedante, che fosse una sorta di guida interiore per la protagonista. Mentre scrivevo il romanzo poi mi sono documentata molto sull’orgasmo e la sessualità, sia leggendo, sia facendo qualche istruttiva chiacchierata con un mio caro amico sessuologo, da cui ho tratto una certa ispirazione. Per cui la risposta definitiva è che mentre il personaggio del dottore è fittizio, ciò che dice e i consigli che dà alla protagonista non lo sono affatto, nel senso che hanno un fondamento scientifico. Desideravo fortemente che questo romanzo potesse in qualche modo essere utile a chi vuole migliorare la propria vita erotica, anche se l’intenzione non è mai stata quella di dispensare consigli, piuttosto di offrire un punto di vista.

Di orgasmo femminile se ne parla tanto, soprattutto perché rimane ancora un po’ di mistero intorno ad esso. Ora che anche le aziende farmaceutiche tentano di proporre pillole per stimolarlo puoi dirci, secondo te, qual è il più grande falso mito e la più grande verità sull’orgasmo femminile?

Il progetto del viagra Rosa è stato recentemente bocciato dall’FDA, l’organismo che regola l’approvazione dei farmaci che possono essere messi in commercio: a riguardo c’è anche documentario molto interessante, Orgasm inc. che parla appunto della strumentalizzazione del piacere femminile ad opera delle aziende farmaceutiche e che consiglio di guardare. Anche alla protagonista del romanzo passa per la mente di prendere una di queste pillole, ma credo che, se anche funzionassero – cosa che dubito, a meno che non si tratti di effetto placebo – sarebbe solo un nascondere il problema, invece di affrontarlo con consapevolezza e coraggio, per cercare di risolverlo all’origine. È la stessa differenza che c’è tra il depilarsi con il rasoio e la depilazione definitiva. Ma perché l’idea del viagra rosa sembra così allettante? E qui arrivo alla risposta vera e propria, che emerge anche dal romanzo: perché – a mio parere – il più grande falso mito sull’orgasmo femminile è che debba essere quasi un automatismo, codificato secondo parametri con cui definire la dannata “normalità”, pressappoco uguale per tutte, mentre la più grande verità è che l’orgasmo femminile non solo è diverso per ogni singola donna, ma lo è anche di volta in volta. All’apparenza questo può sembrare scontato, ma se ogni donna fosse educata alla sessualità con informazioni corrette e accettasse il proprio particolare modo di godere – e con “modo” intendo tempi, modalità di eccitazione e di stimolazione, zone erogene e via dicendo – credo che nessuna rincorrerebbe più l’orgasmo, semplicemente perché lo troverebbe sulla sua strada. Nessuna vorrebbe essere “come le altre”, perché sarebbe felice di essere sé stessa e di godere a modo suo. Di conseguenza, credo anche che svanirebbero una serie di problematiche legate al giudizio e che abbandonarsi al piacere sarebbe molto più facile. Per fare qualche esempio di pensieri anti-orgasmici: se non vengo penserà che non lo amo? Godo meno delle altre donne che ha avuto? E se fossi frigida? Non ho mai avuto un orgasmo vaginale, sono menomata? Godo tantissimo con la stimolazione anale, sono gay? Non trovo il punto G, sono sfigata? Ma in pochissimi si sono disturbati di dire, ad esempio, che la stimolazione del punto G potrebbe semplicemente non piacere o non piacere se fatta in un certo modo invece che in un altro… fare notizia sembra molto più importante della sessualità femminile e molte donne si sono dannate a cercarlo, soffrendo per questo. La verità è che in generale la libera espressione di sé non viene per nulla incoraggiata: ci viene continuamente chiesto di adeguarci a dei canoni e se non lo facciamo abbiamo paura di essere diversi, emarginati, ci viene chiesto di seguire la moda del “famolo nelle solite tre posizioni” o del “famolo strano”, insomma, è una strage dell’individualità.

Sofia Natella

Se fosse una ricetta di una torta, quali sarebbero gli ingredienti di un orgasmo femminile?

Ovviamente non posso dirlo in generale, perché ho esperienza solo del mio orgasmo. La ricetta secondo me sarebbe A come Abbandono alle sensazioni, alle intuizioni, quel lasciarsi andare completamente facendo sì che sia il corpo, l’istinto a guidare, D come Desiderare di godere, avere fame di piacere, E come l’Eccitazione, che bisogna lasciar crescere, lievitare, G come Giocare con le sensazioni, i ritmi, con la fantasia, provando infinite variazioni della stessa ricetta, L come Lentezza per assaporare meglio il piacere, mentre si avvicina, sentirne l’odore, sentirne già il sapore in bocca, V come Voglia di sperimentare nuove sensazioni, di andare oltre i propri limiti, di essere audaci. E poi, immancabile, L come la sensazione di Libertà che si prova, come se si urlasse “Mamma mia che buono!”

La tua protagonista affronta una ricerca dell’orgasmo senza esclusione di colpi, fuori e soprattutto dentro di sé. Ma si può vivere bene un rapporto d’amore anche senza?

Probabilmente in alcuni casi sì, se la mancanza dell’orgasmo non rappresenta un problema, se non fa soffrire. Ma la mia supposizione più in generale è che la mancanza dell’orgasmo sia poco tollerabile quando c’è l’amore: passino le avventure e le storielle, ma quando si vorrebbe condividere tutto con una persona, soprattutto la felicità, di cui credo faccia parte il piacere, la mancanza di un momento così intimo come l’orgasmo penso sia difficilmente indolore. Più che altro mi dico: essere felici al 100%, godere della vita e del sesso è un diritto di ogni essere umano, perché mai dovremmo rinunciarci? Forse la risposta è che a volte quando desideriamo qualcosa e non lo otteniamo è perché, come la protagonista del libro, non ci vogliamo abbastanza bene e in fondo pensiamo di non meritarcelo.

Verso la fine del romanzo i corpi degli amanti vivono di vita propria, quasi come macchine ben oliate tanto da arrivare a questa riflessione sull’amore: “Noi non abbiamo bisogno di pensare all’amore, né di cercarlo tra le pieghe o nei mari. E’ qualcosa che facciamo sempre, perché è qualcosa che abbiamo già. Non abbiamo bisogno di niente, quando abbiamo noi stessi.” Dicci di più.

Quando amiamo una persona, a volte abbiamo così paura di perderla che finiamo col perdere noi stessi, cercando di corrispondere a delle aspettative che presupponiamo il partner abbia nei nostri confronti, di plasmarci ad immagine e somiglianza di quelli che crediamo siano i suoi desideri… Insomma, un altro dei trabocchetti della mente o, più esattamente, del cuore: pensiamo di non meritarcelo quell’amore e di dover trovare un modo per convincere chi amiamo a restare. Cerchiamo di convincerlo con il sesso magari, come la protagonista, o cucinando, o iniziando a indossare vestiti improbabili solo perché piacciono a lui, quando in realtà li detestiamo. Così perdiamo la nostra identità, siamo fragili e ci tormentiamo sempre di più. Ma quando “abbiamo noi stessi”, singolarmente e l’un l’altro, quando sappiamo intimamente chi siamo e ce ne innamoriamo, pregi e difetti inclusi, capiamo non solo di essere meritevoli dell’amore del partner, ma anche che quella capacità di dare e ricevere amore (e piacere), in altre parole di essere felici, ci appartiene come ci appartiene un orecchio. Allora facciamo l’amore sempre, con ogni gesto, con naturalezza, siamo nudi e puri di fronte all’altro, possiamo abbassare davvero le difese e abbandonarci al piacere, alla vita, perché non temiamo più niente e non dobbiamo più preoccuparci di convincere l’altro ad amarci. Siamo sicuri del suo amore perché siamo sicuri dell’amore che proviamo nei nostri confronti. Non c’è più la paura della perdita, semplicemente perché capiamo che noi stessi e la capacità di essere felici sono qualcosa che non potremmo perdere mai. Ed è quando non c’è più la paura che siamo davvero liberi di vivere. Di godere.

Dark&sexy, intervista con le Creep

Incontro le Creep nel backstage del Circolo degli Artisti di Roma. Si stanno preparando ad animare la serata Female Cut con il loro primo show italiano. Lauren Dillard e Lauren Flax sono un duo di dj/producers con base a Brooklyn che ultimamente ha fatto molto parlare di sé. Dopo i primi lavori usciti su Young Turks (etichetta che ha lanciato in UK gli XX e Wavves tra gli altri) sono state capaci di coinvolgere nel loro progetto alcuni dei personaggi più interessati della nuova scena elettro/trip-hop dalle due parti dell’Atlantico, da Londra a New York, come Romy Madley Croft degli XX, le Nina Sky e i Planningtorock (marchiati DFA Records). Warren Fischer dei Fischerspooner ha diretto i loro video concettuali tra cui quello sensuale e misterioso del singolo “Days”. Gli ultimi mesi le hanno viste protagoniste su tutte le principali riviste di musica indipendente ed elettronica come alfieri del movimento Witch House, un genere che incorpora elementi di shoegaze lo-fi, trip-hop, hip-hop made in Houston, musica house e un’immaginario da film dell’orrore. Sedute comodamente sui divani del backstage Lauren e Lauren mi raccontano subito che si sono conosciute nel 2004 grazie al social network Friendster e che sulla prima canzone creata insieme fu addirittura Peaches Geldof a cantare, blaterando qualcosa sulle sue extension bionde. Ma quello che voglio indagare è l’approccio femminile che le Creep portano nel mondo molto maschile della produzione. Una missione che sembra essere confermata dal simbolo delle donne nel loro logo.

Vedendo il vostro logo qualcuno potrebbe pensare che siate delle femministe.

Il logo l’abbiamo disegnato noi stesse. Non abbiamo pensato a una questione politica, ci sembrava semplicemente un’immagine d’impatto e poi siamo due donne e molti dei nostri amici musicisti sono donne. Si, in effetti siamo un circolo al femminile. Al momento c’è una grande presenza femminile nella musica soprattutto in campi tradizionalmente maschili come la produzione. Non è fantastico?!

C’è mai stato qualche uomo che vi ha detto: non siete capaci a produrre perché siete donne?

Figurati, nessun uomo ci spaventa! Anche se ci fosse stato non lo avremmo ascoltato, non gli avremmo dato importanza. Noi stiamo producendo, tutto il resto è irrilevante. Non rispondiamo a queste provocazioni ma mostriamo quello che sappiamo fare.

Qual è la caratteristica femminile nella vostra musica?

Non ne siamo certe, è tutto aperto all’interpretazione. Ma riconosciamo che c’è una sfumatura dark che unisce il nostro lavoro a quello di tante altre donne che stanno facendo musica in questo periodo. Personalmente ci affascina il lato più soft della musica dark. Per esempio quando nacque il dubstep era un martello pneumatico, la tipica musica per ragazzi. Ora noi mettiamo in evidenza il lato più morbido e nascosto. Dark e sexy, è questa la nostra formula femminile.

Quali sono le donne con cui vorreste lavorare?

Il sogno più grande da realizzare è quello di lavorare con Beth Gibbons dei Portishead. Ma non stiamo forzando la mano vorremmo che la cosa succedesse in modo naturale, incrociando i nostri percorsi professionali. Di solito ci muoviamo in questo modo con tutte le persone con cui abbiamo collaborato. Anche se c’è un’eccezione: la cantante canadese Grimes (aka Claire Boucher) a cui abbiamo dato la caccia. Non la conoscevamo personalmente e morivamo dalla voglia di lavorare con lei: le abbiamo inviato la nostra musica e ci sono voluti mesi prima che l’ascoltasse. Poi finalmente siamo riuscite ad incontrarci in un concerto a Londra, siamo andate subito d’accordo e ora stiamo scrivendo delle cose insieme.

Lavorereste con Lady Gaga?

Perché no? Sarebbe molto interessante lavorare con lei e con altre popstar come Missy Elliot.

Nelle vostre produzioni c’è anche molto R’n’B. Vi sentite legate a questo genere?

In realtà ascoltiamo davvero di tutto. Dall’R’n’B alla musica industrial. In passato eravamo innamorate del trip hop ma anche dell’house di Detroit.

Cosa c’è nel futuro prossimo per le Creep?

Stiamo finendo il nostro disco che dovrebbe essere pubblicato a marzo. Tra le altre ci sono collaborazioni con Grimes, Kazu Makino dei Blonde Redhead e Andrew Wyatt dei Miike Snow. Vedrete, vi stiamo preparando molte sorprese!

Il romanticismo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno

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No, non me lo sono inventato io. E non è neanche il parto di una riflessione tra amiche. Anche se, in effetti, eravamo arrivate alla stessa conclusione di “Lui la prese tra le braccia virili e avvicinò le labbra alle sue. Il sorprendente effetto che i romanzi rosa hanno sul nostro lavoro”, l’articolo pubblicato all’inizio di luglio sul Journal of Family Planning and Reproductive Health Care che ha avuto una certo eco anche sulla stampa italiana. L’autrice è la psicologa e terapista di coppia Susan Quilliam, famosa anche per il suo ruolo di agony aunt su varie riviste. Come avrete capito si parla di un eccesso di romanticismo e in particolare dei romanzi di amori fiabeschi pubblicati in gran parte da Harmony (in Inghilterra la casa editrice omonima è Mills and Boon). Secondo la Quilliam queste storie non hanno perso il loro appeal e le donne le leggono non per sfuggire alla dura realtà ma per cercare di ritrovare la scintilla nel loro rapporto di coppia. Tutto bene fin qui. Ma c’è un problema: le grandi lettrici di romanzi rosa arrivano al consultorio con la testa infarcita di uomini irresistibili e amori a cui abbandonarsi senza neanche un pensiero, tantomeno, ad esempio, quello di usare il preservativo. La Quilliam cita una recente ricerca: solo nell’11,5% dei romanzi stile-Harmony si fa riferimento al preservativo anche perché tipicamente la protagonista preferisce non avere nessuna barriera tra lei e il suo eroe. Per non parlare poi della mitologia sull’orgasmo (ah, davvero non si raggiunge sempre e tantomeno con la sola penetrazione?) o del mettere al mondo bambini per rafforzare il legame di coppia. Insomma problemi reali creati da comportamenti suggeriti da storie irreali. Più in generale le storie romantiche sono portatrici di valori illusori che interferiscono con la realtà di coppia: “Il sesso può essere fantastico e la relazione piena di amore ma nessuno dei due sarà mai perfetto e idealizzarli è la via più veloce per i cuori infranti”. L’articolo, che trovate per intero qui, è interessante anche perché traccia l’evoluzione dei romanzi rosa, più attenti al piacere femminile, al ruolo della donna nella società e ormai suddivisi in varie categorie (non ultima quella dei vampiri).

Ora, se non avete mai letto un libro Harmony non pensate subito “figurati se io ci casco”. Perché qui torniamo alle riflessioni tra amiche, ben lontane dall’essere delle divoratrici di romanzi rosa, eppure convinte ugualmente che un eccesso di romanticismo idealizzato sia il male. La realtà è che qualsiasi donna è sottoposta, fin dalla più tenera età, ad un vero e proprio bombardamento di “amore perfetto”. Dalle favole, ai film, alla televisione, ai libri, alle riviste e ora anche da Internet e dal gossip. Storia vecchia quella del principe azzurro, la sappiamo. Piccola Posta, il film di Steno del 1955 con Franca Valeri e Alberto Sordi aveva già inquadrato la questione con brillante ironia

Fatto sta che nel 2011 siamo ancora lì, a papparci storie superficialmente evolute ed ironiche (cos’è la letteratura chick-lit altrimenti?) o, ancora peggio, a leggere manuali su come “trovare l’uomo perfetto” , “sconfiggere la stronza che ce lo vuole rubare”, “sposarlo in tre mosse”, “diventare una dea del sesso”. Insomma vogliamo a tutti i costi la perfezione, l’happy ending, l’amore fou o almeno il matrimonio da favola. A volte mi viene da pensare che tutto questo furore immaginifico che ci fa volare così alte sia una risorsa femminile. Se una riuscisse a non fare danni, soprattutto a se stessa. Se questo non accade allora è davvero una nevrosi culturale. Che ci porta a non tutelarci, a perdere il contatto con la realtà, a spegnere letteralmente il cervello lasciando spazio a comportamenti autolesionisti; in definitiva a non vivere tutto il bello che può esserci. E, naturalmente, lo dico per prima a me stessa.

Un volto per Estasi: il mio (di Naike Valeriano)

Alzi la mano chi non ha sognato almeno una volta nella vita di partecipare ad un concorso di bellezza e ricevere il titolo di miss, poco importa la carica, purché preceduta da un “miss”. Ecco. Di concorsi per divenire miss, ce n’è per tutti i gusti: dai più celebri e di carattere nazional popolare come Miss Italia e Miss Universo, in cui si elegge la più bella tra le belle, a quelli di carattere più regionale ma non per questo meno degni di nota come Miss Maglietta bagnata (urrà) e Miss Muretto, per finire a quelli meno conosciuti.

Questi ultimi spuntano fuori come funghetti in un bosco, è impossibile contarli e si muovono nei territori più disparati, dai centri commerciali alle sagre della salsiccia, a ciascuno la sua miss: e lo dice una che non molto tempo fa ha preso parte all’allestimento di Miss Croccantino in una lontana provincia del beneventano. Ebbene, la sottoscritta oggi si è levata lo sfizio e ha partecipato a un casting per la selezione della testimonial per una nota catena di profumerie.

Il logo del Concorso

L’iniziativa è partita dalla mia cara cugina Razor Simona che mi ha proposto, sotto invito di un responsabile dei casting, di fare un salto ad una delle numerose tappe del concorso “Un volto per Estasi” (qui il sito dedicato all’ iniziativa) per vedere in che modo si svolgessero le selezioni. Quindi ho brandito macchinetta fotografica e, in una calda domenica romana, mi sono diretta verso uno dei tanti centri commerciali che popolano la periferia della Città eterna e in cui uno staff di addetti alle selezioni (tutti molto carini), con tanto di fotografo e make-up artist, aveva allestito un piccolo corner per il casting. L’inviata speciale che è in me si è trasformata in reporter per un giorno e, come tutte le brave reporter e per calarmi meglio nella parte di aspirante miss, mi sono iscritta al concorso compilando un coupon e mi sono fatta anche truccare, in poche parole ho partecipato in prima persona sicura di non poter vincere (a breve il perché).

Me la sono cavata benissimo, fingendomi un po’ svampitella e scegliendo di affidarmi alla truccatrice e di lasciare che si sbizzarrisse. Risultato? Un po’ drag per i miei gusti (io, mi preferisco più nature). D’altra parte non avrei mai potuto dire a una professionista che “no, non amo mettere il fondotinta, giusto un po’ di correttore” e “no non amo giocare con gli ombretti perché sulla mia faccia fanno sporco” e poi fare foto richiede un certo tipo di trucco, quindi un po’ ci stavano, fondotinta e cipria e 5 ombretti (non vincerò mai). La cosa bella però è che ho anche imparato un paio di dritte sull’idratazione della pelle e su come eliminare le macchie dal viso, come quella che porto io sul labbro dopo un tentativo fallito di ceretta al caramello fai da te: il segreto è nell’applicare su tutto il volto  una crema schiarente. Considerando che tra un mese saremo tutti al mare, in pratica diventerò la mosca bianca (l’ho già detto, che non vincerò mai?). L’argomento è spinoso e richiede un intero capitolo a parte. Ma torniamo al concorso.

Dopo trucco e parrucco sono passata al set fotografico canticchiando Superfreakcome se fossi in Little Miss Sunshine. Ho mimato un paio di pose da diva prendendo spunto da Audrey Hepburn e dalla mia Marylin e subito dopo ho scambiato due chiacchiere con i ragazzi dello staff e passato ai raggi x le altre due aspiranti miss, una sui 25 anni, l’altra decisamente sopra i 50.

Naike in posa

Sì, 50, volto comune, curato, espressione piuttosto compiaciuta. A quel punto ho iniziato a punzecchiare le responsabili del casting per sapere qual è la donna-tipo che aspira al titolo e, pensate un po’, quelle dai quaranta in su quest’anno sono accorse numerose, più inclini e nondimeno agguerrite nel concorrere. E’ oramai opinione comune che i quaranta di oggi corrispondano ai trenta di un tempo. Probabilmente partecipano mosse dal mio stesso spirito, che è un po’ quello del “e perché no?”.

E’ così bello giocare. In più il titolo dato alla campagna pubblicitaria di quest’anno è “Joie de vivre”, quindi direi che anche mia nonna potrebbe candidarsi e sarei pronta a scommettere che godrebbe degli stessi diritti e privilegi riservati alle più giovani. E’ proprio questa la parte che mi è piaciuta di più. Sono un po’ spocchiosa e forse oggi ho un po’ il dente avvelenato, ma la giornata è stata stupenda e mi hanno fatto provare l’ebbrezza dei famosi 15 minuti di celebrità.  Detto questo, non vincerò mai. Le foto raccontano.

Chi sono?

Nostra Signora del Giallo

È ufficiale. Bruno Vespa, o chi per lui, non si è inventato nulla e gli inquietanti plastici percorsi millimetro per millimetro nelle estenuanti maratone mediatiche e voyeuristiche che si affacciano sull’orrore di delitti insoluti, o in cerca di soluzione, vengono come al solito da molto più lontano ed esattamente da una donna molto particolare: Frances Glessner Lee, la vera signora in giallo, potremmo dire.

La signora al lavoro

Dark Bathroom

Dark BathRoom

Classe 1878, madre di tre figli e divorziata, conobbe George Burgess Magrath, accademico di medicina ad Harvard, e con lui si appassionò alla criminologia. Prima che della criminologia però, Frances era appassionata di case di bambola e lei unì le due cose: nacquero così i Nutshell studies of unexplained death, case di bambola che ritraggono 40 omicidi insoluti, precise al millimetro e, ovviamente, abbastanza inquietanti. Le case di bambola di Frances, che nel 1931 sovvenzionò l’apertura della prima cattedra di medicina legale ad Harvard, costituivano la materia su cui analizzare scena del crimine e profili dei criminali nel corso di alcuni seminari per i poliziotti della futura scientifica. I plastici sono stati omaggiati nella puntata di CSI dal titolo Miniature Killer.

Culla

I plastici sono oggi conservati nel dipartimento di medicina legale di Baltimora e sono ancora fondamentali per gli studi di patologia forense. Aspettando il prossimo delitto estivo e i prossimi plastici e criminologi televisivi (chi l’ha detto che questo blog non sia un po’ cinico?) gustiamoci (mai termine fu più volutamente e provocatoriamente sbagliato) le scene del crimine formato bambola fotografate da Corinne May Botz (qui il sito della fotografa).

Se avete tempo qui invece trovate il sito di una studentessa con descrizioni dettagliate dei casi.