Dell’amore e dell’orgasmo, intervista a Sofia Natella

Qual è la connessione tra sesso, cuore e cervello? Una bella domanda a cui, almeno in parte, ha cercato di rispondere Sofia Natella, milanese, 26 anni, in arte e online Sophieboop (eletto miglior blog erotico nel 2009). “La disposizione degli organi interni” è il suo primo romanzo da poco pubblicato nella collana Aliberti Freestyle. La protagonista si innamora di un uomo e, nonostante il sesso stellare, non riesce più ad avere un orgasmo. In preda alla frustrazione si rivolge a un dottore che le indica un lungo e impegnativo percorso, una strada fatta di esperimenti che, ben prima del clitoride, toccano il cuore e il cervello. Un romanzo erotico, certo, ma anche una storia di formazione sentimentale che implica la ricerca del piacere e il diritto ad essere felici. Ne abbiamo parlato con Sofia.

Esiste davvero un dottore come quello a cui si rivolge la protagonista del libro? E se gli dovessimo trovare un ruolo sarebbe più un ginecologo o un analista?

Nello specifico no, il dottore non esiste, è frutto della mia discutibile immaginazione quanto a fattezze fisiche e caratteriali, ma esistono tantissimi specialisti validi, che possano aiutare tante donne ad essere più consapevoli e soddisfatte della propria sessualità. Parlando di ruoli, per il dottore ho fatto riferimento alla figura del sessuologo, ma volevo che più che a un medico somigliasse a un grillo parlante, anche se più enigmatico e meno pedante, che fosse una sorta di guida interiore per la protagonista. Mentre scrivevo il romanzo poi mi sono documentata molto sull’orgasmo e la sessualità, sia leggendo, sia facendo qualche istruttiva chiacchierata con un mio caro amico sessuologo, da cui ho tratto una certa ispirazione. Per cui la risposta definitiva è che mentre il personaggio del dottore è fittizio, ciò che dice e i consigli che dà alla protagonista non lo sono affatto, nel senso che hanno un fondamento scientifico. Desideravo fortemente che questo romanzo potesse in qualche modo essere utile a chi vuole migliorare la propria vita erotica, anche se l’intenzione non è mai stata quella di dispensare consigli, piuttosto di offrire un punto di vista.

Di orgasmo femminile se ne parla tanto, soprattutto perché rimane ancora un po’ di mistero intorno ad esso. Ora che anche le aziende farmaceutiche tentano di proporre pillole per stimolarlo puoi dirci, secondo te, qual è il più grande falso mito e la più grande verità sull’orgasmo femminile?

Il progetto del viagra Rosa è stato recentemente bocciato dall’FDA, l’organismo che regola l’approvazione dei farmaci che possono essere messi in commercio: a riguardo c’è anche documentario molto interessante, Orgasm inc. che parla appunto della strumentalizzazione del piacere femminile ad opera delle aziende farmaceutiche e che consiglio di guardare. Anche alla protagonista del romanzo passa per la mente di prendere una di queste pillole, ma credo che, se anche funzionassero – cosa che dubito, a meno che non si tratti di effetto placebo – sarebbe solo un nascondere il problema, invece di affrontarlo con consapevolezza e coraggio, per cercare di risolverlo all’origine. È la stessa differenza che c’è tra il depilarsi con il rasoio e la depilazione definitiva. Ma perché l’idea del viagra rosa sembra così allettante? E qui arrivo alla risposta vera e propria, che emerge anche dal romanzo: perché – a mio parere – il più grande falso mito sull’orgasmo femminile è che debba essere quasi un automatismo, codificato secondo parametri con cui definire la dannata “normalità”, pressappoco uguale per tutte, mentre la più grande verità è che l’orgasmo femminile non solo è diverso per ogni singola donna, ma lo è anche di volta in volta. All’apparenza questo può sembrare scontato, ma se ogni donna fosse educata alla sessualità con informazioni corrette e accettasse il proprio particolare modo di godere – e con “modo” intendo tempi, modalità di eccitazione e di stimolazione, zone erogene e via dicendo – credo che nessuna rincorrerebbe più l’orgasmo, semplicemente perché lo troverebbe sulla sua strada. Nessuna vorrebbe essere “come le altre”, perché sarebbe felice di essere sé stessa e di godere a modo suo. Di conseguenza, credo anche che svanirebbero una serie di problematiche legate al giudizio e che abbandonarsi al piacere sarebbe molto più facile. Per fare qualche esempio di pensieri anti-orgasmici: se non vengo penserà che non lo amo? Godo meno delle altre donne che ha avuto? E se fossi frigida? Non ho mai avuto un orgasmo vaginale, sono menomata? Godo tantissimo con la stimolazione anale, sono gay? Non trovo il punto G, sono sfigata? Ma in pochissimi si sono disturbati di dire, ad esempio, che la stimolazione del punto G potrebbe semplicemente non piacere o non piacere se fatta in un certo modo invece che in un altro… fare notizia sembra molto più importante della sessualità femminile e molte donne si sono dannate a cercarlo, soffrendo per questo. La verità è che in generale la libera espressione di sé non viene per nulla incoraggiata: ci viene continuamente chiesto di adeguarci a dei canoni e se non lo facciamo abbiamo paura di essere diversi, emarginati, ci viene chiesto di seguire la moda del “famolo nelle solite tre posizioni” o del “famolo strano”, insomma, è una strage dell’individualità.

Sofia Natella

Se fosse una ricetta di una torta, quali sarebbero gli ingredienti di un orgasmo femminile?

Ovviamente non posso dirlo in generale, perché ho esperienza solo del mio orgasmo. La ricetta secondo me sarebbe A come Abbandono alle sensazioni, alle intuizioni, quel lasciarsi andare completamente facendo sì che sia il corpo, l’istinto a guidare, D come Desiderare di godere, avere fame di piacere, E come l’Eccitazione, che bisogna lasciar crescere, lievitare, G come Giocare con le sensazioni, i ritmi, con la fantasia, provando infinite variazioni della stessa ricetta, L come Lentezza per assaporare meglio il piacere, mentre si avvicina, sentirne l’odore, sentirne già il sapore in bocca, V come Voglia di sperimentare nuove sensazioni, di andare oltre i propri limiti, di essere audaci. E poi, immancabile, L come la sensazione di Libertà che si prova, come se si urlasse “Mamma mia che buono!”

La tua protagonista affronta una ricerca dell’orgasmo senza esclusione di colpi, fuori e soprattutto dentro di sé. Ma si può vivere bene un rapporto d’amore anche senza?

Probabilmente in alcuni casi sì, se la mancanza dell’orgasmo non rappresenta un problema, se non fa soffrire. Ma la mia supposizione più in generale è che la mancanza dell’orgasmo sia poco tollerabile quando c’è l’amore: passino le avventure e le storielle, ma quando si vorrebbe condividere tutto con una persona, soprattutto la felicità, di cui credo faccia parte il piacere, la mancanza di un momento così intimo come l’orgasmo penso sia difficilmente indolore. Più che altro mi dico: essere felici al 100%, godere della vita e del sesso è un diritto di ogni essere umano, perché mai dovremmo rinunciarci? Forse la risposta è che a volte quando desideriamo qualcosa e non lo otteniamo è perché, come la protagonista del libro, non ci vogliamo abbastanza bene e in fondo pensiamo di non meritarcelo.

Verso la fine del romanzo i corpi degli amanti vivono di vita propria, quasi come macchine ben oliate tanto da arrivare a questa riflessione sull’amore: “Noi non abbiamo bisogno di pensare all’amore, né di cercarlo tra le pieghe o nei mari. E’ qualcosa che facciamo sempre, perché è qualcosa che abbiamo già. Non abbiamo bisogno di niente, quando abbiamo noi stessi.” Dicci di più.

Quando amiamo una persona, a volte abbiamo così paura di perderla che finiamo col perdere noi stessi, cercando di corrispondere a delle aspettative che presupponiamo il partner abbia nei nostri confronti, di plasmarci ad immagine e somiglianza di quelli che crediamo siano i suoi desideri… Insomma, un altro dei trabocchetti della mente o, più esattamente, del cuore: pensiamo di non meritarcelo quell’amore e di dover trovare un modo per convincere chi amiamo a restare. Cerchiamo di convincerlo con il sesso magari, come la protagonista, o cucinando, o iniziando a indossare vestiti improbabili solo perché piacciono a lui, quando in realtà li detestiamo. Così perdiamo la nostra identità, siamo fragili e ci tormentiamo sempre di più. Ma quando “abbiamo noi stessi”, singolarmente e l’un l’altro, quando sappiamo intimamente chi siamo e ce ne innamoriamo, pregi e difetti inclusi, capiamo non solo di essere meritevoli dell’amore del partner, ma anche che quella capacità di dare e ricevere amore (e piacere), in altre parole di essere felici, ci appartiene come ci appartiene un orecchio. Allora facciamo l’amore sempre, con ogni gesto, con naturalezza, siamo nudi e puri di fronte all’altro, possiamo abbassare davvero le difese e abbandonarci al piacere, alla vita, perché non temiamo più niente e non dobbiamo più preoccuparci di convincere l’altro ad amarci. Siamo sicuri del suo amore perché siamo sicuri dell’amore che proviamo nei nostri confronti. Non c’è più la paura della perdita, semplicemente perché capiamo che noi stessi e la capacità di essere felici sono qualcosa che non potremmo perdere mai. Ed è quando non c’è più la paura che siamo davvero liberi di vivere. Di godere.

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Il romanticismo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno

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No, non me lo sono inventato io. E non è neanche il parto di una riflessione tra amiche. Anche se, in effetti, eravamo arrivate alla stessa conclusione di “Lui la prese tra le braccia virili e avvicinò le labbra alle sue. Il sorprendente effetto che i romanzi rosa hanno sul nostro lavoro”, l’articolo pubblicato all’inizio di luglio sul Journal of Family Planning and Reproductive Health Care che ha avuto una certo eco anche sulla stampa italiana. L’autrice è la psicologa e terapista di coppia Susan Quilliam, famosa anche per il suo ruolo di agony aunt su varie riviste. Come avrete capito si parla di un eccesso di romanticismo e in particolare dei romanzi di amori fiabeschi pubblicati in gran parte da Harmony (in Inghilterra la casa editrice omonima è Mills and Boon). Secondo la Quilliam queste storie non hanno perso il loro appeal e le donne le leggono non per sfuggire alla dura realtà ma per cercare di ritrovare la scintilla nel loro rapporto di coppia. Tutto bene fin qui. Ma c’è un problema: le grandi lettrici di romanzi rosa arrivano al consultorio con la testa infarcita di uomini irresistibili e amori a cui abbandonarsi senza neanche un pensiero, tantomeno, ad esempio, quello di usare il preservativo. La Quilliam cita una recente ricerca: solo nell’11,5% dei romanzi stile-Harmony si fa riferimento al preservativo anche perché tipicamente la protagonista preferisce non avere nessuna barriera tra lei e il suo eroe. Per non parlare poi della mitologia sull’orgasmo (ah, davvero non si raggiunge sempre e tantomeno con la sola penetrazione?) o del mettere al mondo bambini per rafforzare il legame di coppia. Insomma problemi reali creati da comportamenti suggeriti da storie irreali. Più in generale le storie romantiche sono portatrici di valori illusori che interferiscono con la realtà di coppia: “Il sesso può essere fantastico e la relazione piena di amore ma nessuno dei due sarà mai perfetto e idealizzarli è la via più veloce per i cuori infranti”. L’articolo, che trovate per intero qui, è interessante anche perché traccia l’evoluzione dei romanzi rosa, più attenti al piacere femminile, al ruolo della donna nella società e ormai suddivisi in varie categorie (non ultima quella dei vampiri).

Ora, se non avete mai letto un libro Harmony non pensate subito “figurati se io ci casco”. Perché qui torniamo alle riflessioni tra amiche, ben lontane dall’essere delle divoratrici di romanzi rosa, eppure convinte ugualmente che un eccesso di romanticismo idealizzato sia il male. La realtà è che qualsiasi donna è sottoposta, fin dalla più tenera età, ad un vero e proprio bombardamento di “amore perfetto”. Dalle favole, ai film, alla televisione, ai libri, alle riviste e ora anche da Internet e dal gossip. Storia vecchia quella del principe azzurro, la sappiamo. Piccola Posta, il film di Steno del 1955 con Franca Valeri e Alberto Sordi aveva già inquadrato la questione con brillante ironia

Fatto sta che nel 2011 siamo ancora lì, a papparci storie superficialmente evolute ed ironiche (cos’è la letteratura chick-lit altrimenti?) o, ancora peggio, a leggere manuali su come “trovare l’uomo perfetto” , “sconfiggere la stronza che ce lo vuole rubare”, “sposarlo in tre mosse”, “diventare una dea del sesso”. Insomma vogliamo a tutti i costi la perfezione, l’happy ending, l’amore fou o almeno il matrimonio da favola. A volte mi viene da pensare che tutto questo furore immaginifico che ci fa volare così alte sia una risorsa femminile. Se una riuscisse a non fare danni, soprattutto a se stessa. Se questo non accade allora è davvero una nevrosi culturale. Che ci porta a non tutelarci, a perdere il contatto con la realtà, a spegnere letteralmente il cervello lasciando spazio a comportamenti autolesionisti; in definitiva a non vivere tutto il bello che può esserci. E, naturalmente, lo dico per prima a me stessa.

Lo sapevate? Strategismo sentimentale. Su Rieducational Channel

Lo ammetto, sono davvero curiosa di conoscere e forse essere curata dallo “strategismo sentimentale che ha enormemente rallentato il cammino della civiltà”. Tutta colpa di questo spot televisivo che, pare, vada davvero in onda su La7 ma che io ho visto su Facebook (poi dicono che sia solo una perdita di tempo, guarda qua che chicca mi sarei persa).

Tra la presentazione accorata di Manuela Arcuri, la copertina del libro e l’accenno di trama non so veramente dove mettere le mani. Probabilmente lo spot si commenta da solo. Posso solo aggiungere che assomiglia e supera, seppur involontariamente (o forse proprio per questo), un grande momento di comicità italiana:

 

Aggiornamento: la recensione de Il Labirinto Femminile qui

Perché non ti piace il lunedì? Te lo dice Facebook.

C’è una famosa canzone di Bob Geldof, o meglio del suo ex gruppo i Boomtown Rats, che si intitola Il lunedì non mi piace (ascoltala qui mentre leggi) e non c’è che dire, il lunedì è notoriamente un giorno del cavolo perché viene esattamente dopo il week end e uno rosica: si torna scuola se si va a scuola, o al lavoro se si lavora ed è come un reiterato piccolo inizio dell’anno che ti costringe a fare buoni propositi per la settimana nuova che, come spesso accade, saranno disattesi.  Del resto anche la più grossa crisi dell’economia mondiale, il vero spauracchio di ogni crisi contemporanea, è ricordato e passato alla storia come “black monday”, il “lunedì nero” della borsa americana (28 ottobre 1929).

Adesso  abbiamo un altro buon motivo per temere il lunedì e come ogni fatto che si rispetti da qualche tempo a questa parte ce lo dice Facebook o meglio il giornalista/scrittore/grafico David McCandless (qui il suo sito) che, specializzato in rielaborazione visiva di dati, ha analizzato oltre 10mila status di Facebook contenenti le parole “rottura” e “rotto” e ha emesso il suo responso.

Questo è il grafico:

I Risultati come si può notare sono raggruppabili nel seguente modo:

  • Un picco di rotture si ha nel periodo che precede la Pasqua (picco il 21 marzo) simpaticamente individuato con l’espressione “pulizie di primavera”.
  • La maggior parte delle rotture avviene di lunedì ed ecco perché lo odieremo più che mai.
  • Con grande arguzia la maggior parte delle persone preferisce passare allo stato di single prima delle vacanze estive.
  • Un altro picco molto alto (10 dicembre) è registrato appena prima del Natale (in tempi di crisi si risparmia sui regali?)…
  • … mentre il giorno in cui ci si molla di meno è proprio il giorno di Natale (Grazie e Dio).

Non finiremo mai di stupirci di quanto facebook sia entrato ormai nelle nostre vite e di quanto possa mostrarci qualcosa sul comportamento sociale. Viviamo ormai nel mondo 2.0 e qualcosa di interessante se ne può ricavare. Comunque ormai oltre al calendario gregoriano e a quello lunare, ricordiamoci il calendario di facebook: potrebbe essere utile per calcolare le “date a rischio” e smettere di prendere la pillola.

These foolish things

Parliamo di amore. Anzi di amori finiti. Cosa rimane dopo la fine di una storia? Parole, immagini… difficile dirlo, a volte anche oggetti. Oggetti che tra tutti i ricordi diventano i più ingombranti. Spesso comprati in due, indivisibili, testimonianze impietose di passati slanci e, a guardarli ora, miseri e inutili oggetti di cui non si sa più cosa fare. C’è questo posto, si chiama Museum of Broken Relationships. Nato da un’idea di Drazen Grubisic e Olinka Vistica, due artisti che sono stati anche una coppia e che alla fine della loro relazione si sono chiesti che senso dare ai resti dell’amore. Hanno pensato allora di farne una mostra itinerante. Inoltre ovunque abbiano portato il MOBR, dalle Filippine alla Turchia, hanno sollecitato i visitatori a donare i loro oggetti. Ora il Museo è diventato un’esposizione permanente a Zagabria. Aperto il 5 ottobre scorso ha avuto più di 1000 visitatori nella prima settimana. Tutti lì a sbirciare negli spicchi di vite altrui rianimati da oggetti apparentemente anonimi, vestigia incongruenti che sembrano ricordarci la caducità di ogni cosa. I donatori sono anonimi ma gli oggetti esposti sono corredati da un piccolo testo che li colloca nella storia che fu. Accanto a una protesi di una gamba c’è il racconto di un uomo croato che, ferito in guerra, aveva incontrato un’affascinante volontaria in ospedale. Ma la protesi è sopravvissuta al loro amore perché “era fatta di un materiale più resistente”. L’amore, ma anche la guerra, la storia dentro le storie. O il nano da giardino che il giorno del divorzio lei fece volare sul parabrezza della nuova macchina di lui. E che poi rimbalzò sull’asfalto in una lunga curva e un arco di tempo che definiva la fine di quell’amore. Più l’oggetto è prosaico, più è forte il valore evocativo. E nella discrepanza tra le due dimensioni risiede la poesia malinconica di questa scalcagnata e patetica collezione. A proposito, nel caso ne aveste bisogno sul sito c’è l’indirizzo dove inviare il vostro souvenir d’amore.

Cialtroni sentimentali: una tipologia ragionata. Quinto e sesto tipo.

Dall’8 settembre 2009 è in libreria un simpatico manualetto dal titolo Trattali Male (Piemme). L’autore è l’inglese (ma greco di origine) Gerry Stergiopolous. Gerry è un ex inquilino della Casa del Grande Fratello versione Brit ed è gay, il che spiega anche il funzionale titolo originale del libro (Trattali male e mantienili arrapati).
Sinteticamente il messaggio del libro è che ogni donna dovrebbe avere un amico gay, banalmente l’unico che ha il coraggio di dirti che quel vestito ti sta proprio da schifo ma anche l’unico ad essere uomo, spia oltre cortina, “che raccoglie informazioni e poi le dispensa alle donne”, come egli stesso afferma dalle pagine di Vanity Fair (n. 37, 16/09/09).
Lo slogan di Gerry è “Se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, dietro ogni grande donna c’è un amico gay”.
E questo mi ha fatto molto riflettere. Perché per quanto un amico gay sia utile, e io lo so molto bene, credo anche che esista una spiegazione molto più semplice: dietro una grande donna ci sia una grande esperienza maturata da altrettanto grandi fallimenti (sentimentali).
E così ho fatto un po’ di mente locale e ho tirato fuori una prima tipologia ragionata di cialtroni sentimentali… . Per ora i tipi sono sei:

L’“alternativo”: ha i capelli gialli, è alto e dinoccolato e indossa rigorosamente magliette al contrario e jeans oversize che sembrano usciti dall’officina di un meccanico. Per conquistarlo hai dovuto bere direttamente da una bottiglia di Jack Daniel’s che passa di mano in mano, peggio di bocca in bocca, durante la Festa della Semina e del Raccolto. Il suo anticonformismo ostentato e il disinteresse che dimostra verso qualunque attività produttiva, inclusa la spesa al supermercato, è direttamente proporzionale al conto in banca dei genitori. L’unica cosa positiva dell’alternativo è che, coerentemente alla sua lotta perenne-adolescenziale contro le convenzioni della società civile, non fa una piega se non ci siamo depilate le gambe.

La “prima donna”: la prima volta che ci parlate non vi fa aprire bocca e qualcosa vi dice che non avrete mai l’ultima parola (e manco la prima). Fidatevi del vostro istinto! Nonostante egli sappia irretirvi con il suo savoir faire e le sue capacità da vero mattatore. In mezzo ai suoi amici è brillante e istrionico ma probabilmente dotato di scarsissima autoironia e pronto ad andare in crisi al primo raffreddore del suo personal trainer. Un classico del cocainomane, di quelli che portano il colletto della polo alzato, di quelli che vi dicono “Sei fantastica”.

L’“impenetrabile”: occhi languidi, meglio se verdi, e naso aquilino, gran parte del suo fascino dipende dall’essere immerso perennemente nei suoi pensieri, cosa che stuzzica il Sondaggista che alberga in ciascuna di noi. L’impenetrabile è affascinante come un vuoto d’aria ed è molto probabile che sia l’unico caso in cui alla domanda “a che stai pensando” la risposta “a niente” corrisponda a verità, soprattutto se la domanda è ripetuta nel silenzio dell’abitacolo di un’auto, in mezzo ai cespugli, dietro alle dune dei Cancelli di Ostia, per la cinquantesima volta. L’impenetrabile è tipicamente un programmatore, un geometra o un surfista in acido…

L’“inconsolabile”: è uno dei tipi più pericolosi e il motivo è che riesce, e neanche a farlo apposta, a fare leva sulla vostra vituperata e quanto mai reale Sindrome da crocerossina (Io ti salverò). Questo straccio d’uomo esce dalla Storia tormentata dall’esistenza degli ex-files: sostanzialmente il fantasma della ex. E lui sta lì continuamente a chiedersi quale donna di tale virtù e tempra morale possa mai sostituire la sua amata, che lo ha mollato ma che lui non dimentica e che di conseguenza diventa profondamente retroattiva. Anzi, sono rimasti Amici, perché il surrogato dell’amore per la donna Angelo è sempre meglio che darsi una svegliata, guardarsi attorno e smetterla di smanettare col cellulare. Mollate voi, non prima di avergli ricordato affettuosamente (perché ve l’ha raccontato lui, come tutto il resto) che la donna Angelo ha mollato lui e loro magione portandosi dietro il diaframma… L’inconsolabile è tipicamente un colletto bianco e, ovviamente, un assassino seriale.

Il “ciclotimico“: egli sembra perfetto tanto da non crederci. Pende dalle vostre labbra, vi chiede consiglio per tutto, è sempre d’accordo con voi e vi è vicino anche durante i momenti peggiori della vostra infezione gastro-intestinale. Vi chiedete “perché”? Non può essere vero! E infatti non lo è. È un po’ come avere l’amico immaginario (cioè fatto a vostra immagine) solo che il problema psichiatrico non ce l’avete voi (anche se vuole farvelo credere e per un po’ ci credete). Egli è il ciclotimico, le cui fasi seguono l’andamento del rapporto con la sua fidanzata ufficiale e tutte quelle che il ciclotimico crede di amare.

Il ciclotimico soffre dunque l’alternarsi di periodi di iperattività, creatività e spirito di iniziativa (conosce voi), con periodi di ipersonnia e apatia lentezza di riflessi e difficoltà nella concentrazione (torna dalla ex che gli dà il due di picche). Durante le fasi di ipomania intraprende progetti anche grandiosi (ti porto a fare il giro del mondo in barca a vela) affrontati con grande entusiasmo per poi essere abbandonati appena sopraggiunge la fase depressiva (amo la mia ex). Tuttavia i sintomi dell’ipomania e della depressione non sono mai così gravi da compromettere gravemente la vita sociale e lavorativa dell’individuo (ho conosciuto un’altra, la porto il barca a vela). A questo punto il mal di mare è venuto a voi e per riportare il soggetto nel necessario periodo di normotimia o umore in “asse” basta spaccargli un remo in testa.

Il “precettore“: prima dell’avvento dell’istruzione pubblica che vi ha fatte laureare e poi prendere un master o fare un dottorato, il precettore era la persona addetta all’istruzione e all’ammaestramento dei figli di famiglie ricche e/o nobili. Tuttavia le vostre precedenti letture di Piccole Donne e delle poesie di Emily Dickinson alimentano il mito del signore in pantaloni di velluto e dall’aria paterna. Il precettore è ovviamente brillante, con una mente stupenda, lo sguardo acuto e penetrante, la battuta sempre pronta. Lo amerete per la sua cultura, per il parlare forbito, per la classe. Lo odierete perché tenterà di fare di voi un suo duplicato o, peggio, un’adepta e se non ci riuscirà vi tratterà come l’essere più ignorante della terra dopo il vostro cane. Scoprirete ben presto che quando sta zitto sembra pensi ai problemi dell’universo ed  invece si sta scaccolando e che inoltre punta sul complesso di Edipo per scoparti perché lui e` maturo, vissuto, vuole aiutarti a superare le difficoltà della vita, vuole proteggerti. Ci riuscirà mandandovi in analisi e facendovi rinchiudere in un istituto di riabilitazione per poetesse fallite.

Non c’è nessun bisogno di alterarsi, darling

L’Inghilterra, come l’Italia, è fuori dal Mondiale. Le reazioni di stampa e tifosi sono state critiche, sarcastiche e leggermente depresse ma non particolarmente emotive.

Parte fondamentale della cultura inglese, infatti, è il non rivelare mai le proprie emozioni.

L’identità britannica (quella tradizionale e stereotipata per intenderci) considera che rendere gli astanti partecipi di ciò che avviene nel proprio animo sia un atteggiamento fuori luogo, imbarazzante per sé e per gli altri. Per questo le soap opera inglesi sono meno credibili di quelle sudamericane (lo sappiamo tutti che qualunque messicano reagirebbe DAVVERO così se scoprisse che Maria Esmeralda Monteros è in realtà sua sorella).

Quest’impassibilità British è da ammirare in molte situazioni, ma quando si tratta di relazioni sentimentali può essere esasperante per noi continentali. Esagerando solo un pochino posso descrivere come si lascerebbero due inglesi posh e d.o.c..

Lui – Cara, stavo pensando, ritengo opportuno chiudere qui la nostra storia.

Lei – Oh, davvero? Non posso negare che la tua idea mi stupisca. Posso chiedertene il perché?

Lui – Assolutamente sì, il fatto è che da qualche tempo ho preso ad andare a letto con la tua amica Jane, e ho intenzione di iniziare una relazione con lei.

Lei – Oh certo, Jane. Adoro il modo in cui ha arredato il salone, ma il suo giardino è del tutto fuori moda. In tal caso sì, ritengo anch’io opportuno chiudere la nostra storia. Posso chiederti perché non me ne hai parlato prima?

Lui – C’era la partita di cricket. E inoltre era una cosa privata, sarebbe stato inopportuno toccare l’argomento.

Lei – Bene, direi che è il momento di salutarci. Grazie del tè e dei pasticcini, erano assolutamente deliziosi, per quanto ho l’impressione che fossero in saldo da Marks & Spencer.

Lui – Può darsi, cara.  Ad ogni modo, mi ha fatto piacere vederti. Buona giornata.

Lei – A te, caro.