Cose di cui (non) sentivamo la mancanza: Blowjob Kneepads

Come non averci pensato prima! Sono proprio dei furbacchioni quelli della Diesel e, del  resto, ci avevano già avvisato e preparato ad essere stupidi con una ridondante campagna nel 2010: BeStupid

Questa volta hanno davvero superato tutte le nostre aspettative con queste fantastiche Ginocchiere per il sesso orale ovvero le BlowJob Kneepads:  la notizia viene dall’India dove, con 150 $ d’acquisto,  ti regalano le sopracitate ginocchiere che preservano da eventuali traumi e dolori durante la pratica orale.

A quando l’unico regalo che servirebbe realmente in un paese con circa 2,5 milioni di sieropositivi, la meta’ del totale in Asia, e cioè PRESERVATIVI (fonte qui)?

Nota positiva: se proprio qualcuno dovesse sentirne il bisogno può prendere spunto dalla Diesel ed usare delle comuni ginocchiere sportive o conservare la confezione “Pop artistica”. Sempre che prima voglia andare in India da Diesel.

Nostra Signora del Giallo

È ufficiale. Bruno Vespa, o chi per lui, non si è inventato nulla e gli inquietanti plastici percorsi millimetro per millimetro nelle estenuanti maratone mediatiche e voyeuristiche che si affacciano sull’orrore di delitti insoluti, o in cerca di soluzione, vengono come al solito da molto più lontano ed esattamente da una donna molto particolare: Frances Glessner Lee, la vera signora in giallo, potremmo dire.

La signora al lavoro

Dark Bathroom

Dark BathRoom

Classe 1878, madre di tre figli e divorziata, conobbe George Burgess Magrath, accademico di medicina ad Harvard, e con lui si appassionò alla criminologia. Prima che della criminologia però, Frances era appassionata di case di bambola e lei unì le due cose: nacquero così i Nutshell studies of unexplained death, case di bambola che ritraggono 40 omicidi insoluti, precise al millimetro e, ovviamente, abbastanza inquietanti. Le case di bambola di Frances, che nel 1931 sovvenzionò l’apertura della prima cattedra di medicina legale ad Harvard, costituivano la materia su cui analizzare scena del crimine e profili dei criminali nel corso di alcuni seminari per i poliziotti della futura scientifica. I plastici sono stati omaggiati nella puntata di CSI dal titolo Miniature Killer.

Culla

I plastici sono oggi conservati nel dipartimento di medicina legale di Baltimora e sono ancora fondamentali per gli studi di patologia forense. Aspettando il prossimo delitto estivo e i prossimi plastici e criminologi televisivi (chi l’ha detto che questo blog non sia un po’ cinico?) gustiamoci (mai termine fu più volutamente e provocatoriamente sbagliato) le scene del crimine formato bambola fotografate da Corinne May Botz (qui il sito della fotografa).

Se avete tempo qui invece trovate il sito di una studentessa con descrizioni dettagliate dei casi.

Hello Kitty bang bang

Ecco la quadratura del cerchio: Hello Kitty incontra le armi da fuoco. Orrore al quadrato. La pistola – vera – con la famosa gattina è una delle tante creazioni customizzate in vendita su un sito americano (sebbene ora non sia più in produzione). L’Hello Kitty Gun non è autorizzata dalla Sanrio che è licenziataria del marchio ma fà parte di una nuova tendenza, quella di rendere girlie le armi da fuoco per attirare il target femminile. Se ne parla più approfonditamente in questo recente articolo del Dailymail. Sembra infatti che negli Stati Uniti, nonostante le battaglie delle associazioni contro le armi, l’83% in più di donne abbia acquistato una pistola per difesa personale. Morireste più contenti se vi sparassero con questo “gioiellino”?

Hello Kitty non è nuova agli abbinamenti scioccanti. La sua popolarità è tale che la si trova, ahinoi, davvero dappertutto. Per esempio, per quanto brutto come il peggiore dei vostri incubi, questo vestito da sposa potrebbe ancora avere un senso.

Ma nell’Hello Kitty burqa che senso possiamo trovare?

(via Hello Kitty Hell)

Bloody Barbie

The awkward moment when Barbie goes to suck Kens non existent dick

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ken Carson ha compiuto ben 50 anni (l’11 marzo scorso, se vi fosse sfuggito) e con l’occasione del compleanno di Ken diamo uno sguardo al variegato mondo Barbie. Perché, che lo sappiate o meno, dietro la bambola più venduta al mondo e oltre alle sue lunghe gambe di plastica c’è di più.

Di Barbie si sono dette, negli anni, molte cose e il suo nome ha spesso assunto il significato dispregiativo di ragazza di bell’aspetto ma priva di spessore e sostanzialmente stupida. Negli anni ‘90 una delle Top model che hanno fatto la storia della categoria, Claudia Schiffer, veniva definita la “vera barbie” da Ellen Von Unwerth con tanto di consacrazione sul numero di Vogue Italia del luglio 1994.

Pochi anni dopo, una canzone intitolata Barbie Girl (1997), unico successo della folgorante (meteora) band svedese Aqua, diventava ufficialmente una critica e presa in giro del modello di donna incarnato da Barbie. Nel film Mean Girls (2004), Barbie diventa sinonimo di ragazza popolare e, come dice il titolo, cattiva. Ma soprattutto, il film legittima e critica il tipo “alla Barbie” come modello cui tendere. La protagonista, Cady afferma, riferendosi ad una delle ragazze più popolari della scuola: “Regina è come la Barbie che ho sempre desiderato, non ho mai visto nessuna così….Barbie!”

Claudia Schiffer

Nel corso degli anni si è detto che la Barbie, grazie alla serie di professioni e ruoli impersonati, fosse un modello positivo per le bambine e che queste ultime attivassero un processo di identificazione con la bambola facendole ricoprire tutti i ruoli desiderati. Però, la peculiarità di Barbie, come afferma Marianne Debouzy in “La bambola Barbie” è che essa è un tipo di bambola diversa dalle altre perché il suo aspetto fisico non inganna nessuno, così come l’universo che le si è costruito intorno nel corso degli anni e che le conferisce un’identità adulta (il perenne fidanzamento con Ken, per esempio). Sorge allora il problema del rapporto tra la bambina e la bambola, perché la bambina non assume più il ruolo di madre, ma quello di donna. Il punto è: quale tipo di donna? L’oggetto interessante allora diventa non la Barbie bensì il rapporto tra la Barbie e il target, le piccole consumatrici.  Ma non bisogna mai sottovalutare il potere della fantasia.

Non so chi di voi abbia odiato la propria Barbie. Fatto sta che personalmente, e anche molte delle mie amiche, abbiamo provato a modificarla rendendola più vicina al nostro immaginario. Io le cucivo i vestiti e, in pieno boom dell’ Hair Metal, alla metà degli anni ’80, ho creato (pentendomene) un sacco di improbabili acconciature fluo per le mie Barbie. E credo che tutte/i ne abbiano decapitato una. Forse qualcuno dovrebbe interessarsi più a fondo della questione, ma è sicuro che quella che è una tendenza che era viva già nelle bimbe è diventata anche una specie di divertissement per adulti.

Da un po’ di tempo girano sul web una serie di foto che ritraggono la Barbie in ruoli inconsueti, fondamentalmente nel ruolo di assassina del compagno (strano che non esista un termine per definire la donna che uccide il proprio compagno) o dei propri familiari, ma soprattutto molte foto di una Barbie martorizzata. Perché vengono perpetrate delle violenze sul corpo della Barbie? Nel dicembre 2005 la dottoressa Agnes Nairn dell’Università di Bath in Inghilterra, ha pubblicato i risultati di una ricerca nella quale si rileva che le bambine spesso passano per una fase di odio verso le proprie Barbie, facendole diventare oggetto di diversi tipi di punizione, fra cui la decapitazione o il metterle nel forno a microonde (per chi fosse interessato cliccare qui).

 

Le ragioni addotte nelle interviste fanno emergere una serie di spiegazioni che hanno radici nel ricco universo simbolico di Barbie. L’analisi dei commenti dei bambini indicano che Barbie è odiata proprio perché rappresenta un tipo di donna finta e una icona femminile (unfashionable e plastic sono due dei termini usati) il che getta un’ un’ombra scura e inquietante sull’immaginario collettivo legato alla Barbie: tanto è esclusivamente rosa l’universo di Barbie, tanto si tinge di nero quello dei suoi aguzzini. Nel Bene, ma soprattutto nel Male, la Barbie continua ad essere uno dei simboli pop più controversi.

Memento mori … Però puoi ancora far parte di Fb.

Come avrete notato, su questo blog  si parla spesso di tabù: dalla ricerca di un nome alternativo all’accademico e freddino cunnilungus … alla misandria.  Molto più spesso parliamo di social network. Bene oggi parliamo di uno dei grandi tabù della nostra epoca, la morte, e di social network. No, i social network non stanno morendo, anche se un pò ci stanno portando alla follia. Eppure, mentre il social network continua a godere di ottima salute … La gente continua, ahimè, a morire.

Per lungo tempo, nella nostra immane ignoranza, ci siamo interrogati su dove andassero a finire i cinesi morti (e qui ve lo spiegano). Nessuno si è mai chiesto dove vanno a finire i profili facebook dei defunti?

Bene, IL social network ha pensato anche a come risolvere questo problema. Mentre gli utenti di Fb “celebrano” e “ricordano” (con intenti sicuramente lodevoli)  in continuazione la morte, ma probabilmente senza rendersene conto, con la pubblicazione di link in memoria di innocenti ragazzine assassinate e costruendo loro profili falsi (una pratica che io non condivido), i gestori si attivano per risolvere quello che effettivamente potrebbe essere un problema.

Per esempio, e sottolineo per esempio,  a me non piacerebbe (ovviamente) morire di incidente dovuto ad abuso di alcol e riposare in pace con una foto del profilo come questa (in realtà più per l’ improbabile look):

Ma a parte gli scherzi, dato che facebook non può accorgersi della morte di un suo utente ha predisposto una sezione in cui si spiega cosa fare: http://www.facebook.com/help/?page=842 .

La cosa chiara è che nel caso in cui familiari o amici volessero continuare a ricordare il defunto su FB il suo profilo potrà essere  memorialized mentre nel caso in cui (molto più saggio oserei dire) si volesse cancellare il suddetto profilo un parente deve farne esplicita richiesta compilando un modulo (in cui si richiede di allegare il certificato di morte).

A me rimangono dei dubbi e una certezza. Dubbi riguardo ad una procedura che, tutta virtuale, potrebbe essere, per così dire, non proprio trasparente e certezza sul fatto che qualcuno potrebbe divertirsi a creare profili commemorativi per persone ancora vive e vegete (e poi vai a dimostrare che non sei morto perché come dice fb: “Se non riesci ad accedere al tuo account personale perché è in stato commemorativo, clicca qui. Tieni presente che noi siamo in grado di concederti l’accesso a questo account solo se riusciamo a verificare che sei realmente l’utente indicato nell’account”).

In ogni caso ci auguriamo, se proprio dobbiamo, di utilizzare la sezione il più tardi possibile, perché è chiaro che in questo caso “mai” non si può dire “mai”.

I disoccupati hanno i super poteri

Prepariamoci: il 2011 è l’anno del ritorno in massa (sugli schermi cinematografici) dei supereroi. Nei prossimi mesi vedremo (o rivedremo) una serie abbastanza nutrita di cinecomic (film tratti dai classici comic della Marvel o della DC): ad aprire le danze della comic-mania saranno due outsider, ovvero The Green Hornet (28 gennaio 2011) e Kick-Ass (25 febbraio). Il 29 aprile debutterà il divino Thor (di casa Marvel), l’arrogante figlio di Odino. Per assistere alle prodezze del suo collega vendicatore a stelle e strisce Capitan America, invece, bisognerà attendere il luglio 2012, mentre dall’Universo DC il primo a debuttare sarà Green Lantern (17 giugno 2011).

Il disoccupato

Tutto questo testosterone e questo tripudio di super poteri mi hanno spinta ad indagare sulla nascita della figura del supereroe nella cultura popolare (occidentale).

Pare, indagando un po’, che i primi supereroi si conformassero largamente al modello di personaggio dominante nella produzione cartacea dell’America popolare nella prima metà del XX secolo. Quindi, il tipico supereroe era bianco, di ceto medio-alto, eterosessuale, professionista, di giovane o media età.

Inoltre, una caratteristica sempre comune a quasi tutti i supereroi è la doppia identità  cosa che “ha fatto parlare gli studiosi di “schizofrenia”, e in ogni caso rappresenta una tensione tra la natura umana e quella ultraumana del personaggio” (per qualche notizia in più leggere qui:  Supereroi).

 

Wonder Mother

È a questo punto che non può che sorgere spontaneo  il legittimo dubbio che il miglior interprete delle caratteristiche dell’uomo medio dei nostri tempi e soprattutto colui che rappresenta meglio le tensioni della nostra attuale schizofrenia di “essere umani che però devono sovra umanamente arrivare a fine mese senza lavoro” sia il nuovo eroe protagonista di The adventures of unemployed man con tutta la sua splendida cricca di amici e nemici.

Il suo nome è Ultimatum, l’uomo comune che perde il posto e si trasforma in Unemployed: il disoccupato. Insieme a lui si muovono sulla scena Wonder Mother, ovviamente madre sola che fatica a mantenersi e, questa sì una figura davvero rivoluzionaria (e se hanno problemi negli States …) Master, il laureato troppo qualificato per qualsiasi lavoro.

Master of Degrees

I malvagi, ovviamente, sono il Debito tossico, il Broker, la temibile Risorsa Umana e Outsourcerer che fa sparire il tuo lavoro delocalizzandolo.

Chissà se ne faranno mai un film. Ma sono sicura che se il film fosse italiano ora come ora Marchionne sarebbe uno dei temibili protagonisti principali.