Celebrità, lasciateci lavorare!

C’è la crisi, il tasso di disoccupazione vola e i bund tedeschi si allontanano come la luce in fondo al tunnel. Che fare? Innanzi tutto, sarebbe opportuno trovare un lavoro retribuito in misura tale da poter sopravvivere. Se così non fosse sarebbe opportuno fare un doppio lavoro. Noi, non loro. Si perché, a quanto pare, il trend che vede chi ha già un lavoro (e che lavoro) farne un altro è, come sempre, in rapida ascesa.
Parliamo delle celebrities che, tecnicamente, rubano il lavoro a chi non ce l’ha. Altro che immigrati.
Per esempio, Viktor e Rolf non paghi di essere stilisti sono diventati anche i nuovi Fratelli Grimm:
Dopo essere diventata una blogger, Gwyneth Paltrow adesso “sforna” anche libri di cucina:
Karl Lagerfeld, oltre a Cruise collection che ci fanno piangere (perché non le avremo mai) fa anche il fotografo, com’è noto:
James Franco, beh che dire, è il campione del multitasking: documentarista (Saturday Night, The Clerk’s tale), scrittore (Palo Alto; Stories by Franco), video-artista, pittore e testimonial (ah beh, questo è il “minimo”). Mi sarebbe piaciuto avere una foto di Franco in versione dea Kali ma ho solo questa (dove è evidente che adesso vuole anche fare la donna):
Una categoria che proprio non capisco poi è quella dei “figli di”. Tipo Eve Hewson, il papà è Bono e lei è tanto brava, come ha dimostrato in This Must be the Place di Paolo Sorrentino. Ma dico, se fossi “figlia di” no farei proprio un bel cavolo. Perlomeno non per guadagnare. Mi dedicherei al decapaggio o al volontariato. O allo shopping. Punto. Infatti questo dovresti fare Eve, goderti la vita con un bicchierino in mano e lasciare i ruoli a qualcun’altra:
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I disoccupati hanno i super poteri

Prepariamoci: il 2011 è l’anno del ritorno in massa (sugli schermi cinematografici) dei supereroi. Nei prossimi mesi vedremo (o rivedremo) una serie abbastanza nutrita di cinecomic (film tratti dai classici comic della Marvel o della DC): ad aprire le danze della comic-mania saranno due outsider, ovvero The Green Hornet (28 gennaio 2011) e Kick-Ass (25 febbraio). Il 29 aprile debutterà il divino Thor (di casa Marvel), l’arrogante figlio di Odino. Per assistere alle prodezze del suo collega vendicatore a stelle e strisce Capitan America, invece, bisognerà attendere il luglio 2012, mentre dall’Universo DC il primo a debuttare sarà Green Lantern (17 giugno 2011).

Il disoccupato

Tutto questo testosterone e questo tripudio di super poteri mi hanno spinta ad indagare sulla nascita della figura del supereroe nella cultura popolare (occidentale).

Pare, indagando un po’, che i primi supereroi si conformassero largamente al modello di personaggio dominante nella produzione cartacea dell’America popolare nella prima metà del XX secolo. Quindi, il tipico supereroe era bianco, di ceto medio-alto, eterosessuale, professionista, di giovane o media età.

Inoltre, una caratteristica sempre comune a quasi tutti i supereroi è la doppia identità  cosa che “ha fatto parlare gli studiosi di “schizofrenia”, e in ogni caso rappresenta una tensione tra la natura umana e quella ultraumana del personaggio” (per qualche notizia in più leggere qui:  Supereroi).

 

Wonder Mother

È a questo punto che non può che sorgere spontaneo  il legittimo dubbio che il miglior interprete delle caratteristiche dell’uomo medio dei nostri tempi e soprattutto colui che rappresenta meglio le tensioni della nostra attuale schizofrenia di “essere umani che però devono sovra umanamente arrivare a fine mese senza lavoro” sia il nuovo eroe protagonista di The adventures of unemployed man con tutta la sua splendida cricca di amici e nemici.

Il suo nome è Ultimatum, l’uomo comune che perde il posto e si trasforma in Unemployed: il disoccupato. Insieme a lui si muovono sulla scena Wonder Mother, ovviamente madre sola che fatica a mantenersi e, questa sì una figura davvero rivoluzionaria (e se hanno problemi negli States …) Master, il laureato troppo qualificato per qualsiasi lavoro.

Master of Degrees

I malvagi, ovviamente, sono il Debito tossico, il Broker, la temibile Risorsa Umana e Outsourcerer che fa sparire il tuo lavoro delocalizzandolo.

Chissà se ne faranno mai un film. Ma sono sicura che se il film fosse italiano ora come ora Marchionne sarebbe uno dei temibili protagonisti principali.

Il cinema, le donne e il 2010

Il 2010 è stato un anno davvero scarso per film da ricordare. Ma ci sono due pellicole a cui continuo a ripensare. Potiche, La Bella Statuina di Francois Ozon e We Want Sex di Nigel Cole. Non perché siano dei capolavori ma per il tema che affrontano e per il modo in cui lo fanno. Sebbene siano molto diversi, uno francese, l’altro inglese, uno ambientato negli anni ’70, l’altro nei ’60, uno narra una vicenda personale, l’altro un episodio collettivo tratto da una storia vera, entrambi parlano di donne e lavoro e, cosa ancora più interessante, affrontano il nostro recente passato filtrato attraverso la lente del presente. In Potiche, Catherine Deneuve è la ricca moglie di un industriale che ha l’occasione di condurre la fabbrica al posto del marito confrontandosi con il diritto allo sciopero, i sindacati e gli uomini in generale. Il regista dipinge la protagonista come una donna iconica, grande mamma finalmente liberata e pronta a rinunciare agli uomini della sua vita, se non all’appoggio del fedele figlio gay, per lanciarsi in una nuova carriera. Il film è leggero, una commedia brillante a tutti gli effetti, ma non privo di agganci con la realtà: già intravediamo i semi di quello che diventerà il mercato del lavoro come la delocalizzazione delle fabbriche. We Want Sex, invece, prende spunto dallo storico sciopero che le lavoratrici della Ford inglese intrapresero nel 1968. Lo sciopero che fermò l’intera fabbrica e diede il via a una più ampia battaglia per la parità di stipendio tra uomini e donne. Il film è un compito ben svolto, nulla di più, che si inserisce nella cinematografia pro-proletariato tipicamente inglese. Eppure non si può accusare il regista di non aver toccato davvero tanti temi: dai costi della battaglia femminile-ista, sia in ambito lavorativo che familiare, al maschilismo imperante anche e soprattutto tra i sindacalisti, fino alle rivoluzioni sociali di quegli anni. E di nuovo, proprio come succede in Mad Men (7 sceneggiatrici su 9 totali, non per dire), tra capelli cotonati e abitini stretti in vita si agitano i demoni del presente. Sembra che la società si volti a guardare indietro il passato recente per trovare un senso all’attualità. Quello era l’inizio di tutto, quelle erano le conquiste, quelle le contraddizioni. Quello era il sogno in cui abbiamo creduto e di cui ora non vediamo che macerie. Il passato all’improvviso non è un più un quadretto rassicurante in cui rifugiarsi, non un fulgido elenco di vittorie acquisite ma materia viva, in cui affondare le mani per capire le contraddizioni del presente. Al centro, spesso, le donne. Perché anche Karl Marx, citato in We Want Sex, afferma che il livello di una società si misura dal ruolo che hanno le donne. Donne in lotta per i diritti e per una società migliore che, però, da lì a breve avrebbe cambiato tutte le carte in tavola rivelando un fallimento che tutte noi sperimentiamo oggi sulle nostre spalle.  Precariato, alienazione, povertà, contrazione dei diritti, parità disattesa, solo per citarne alcuni. E’ la crisi, baby. E’ il punto di non ritorno. Sarà il caso allora di gettare uno sguardo al passato, selezionare il buono per poi prendere la rincorsa, salutare quello in cui abbiamo creduto e inventare un mondo nuovo. Buon 2011 costruttivo a tutte!

Perché non ti piace il lunedì? Te lo dice Facebook.

C’è una famosa canzone di Bob Geldof, o meglio del suo ex gruppo i Boomtown Rats, che si intitola Il lunedì non mi piace (ascoltala qui mentre leggi) e non c’è che dire, il lunedì è notoriamente un giorno del cavolo perché viene esattamente dopo il week end e uno rosica: si torna scuola se si va a scuola, o al lavoro se si lavora ed è come un reiterato piccolo inizio dell’anno che ti costringe a fare buoni propositi per la settimana nuova che, come spesso accade, saranno disattesi.  Del resto anche la più grossa crisi dell’economia mondiale, il vero spauracchio di ogni crisi contemporanea, è ricordato e passato alla storia come “black monday”, il “lunedì nero” della borsa americana (28 ottobre 1929).

Adesso  abbiamo un altro buon motivo per temere il lunedì e come ogni fatto che si rispetti da qualche tempo a questa parte ce lo dice Facebook o meglio il giornalista/scrittore/grafico David McCandless (qui il suo sito) che, specializzato in rielaborazione visiva di dati, ha analizzato oltre 10mila status di Facebook contenenti le parole “rottura” e “rotto” e ha emesso il suo responso.

Questo è il grafico:

I Risultati come si può notare sono raggruppabili nel seguente modo:

  • Un picco di rotture si ha nel periodo che precede la Pasqua (picco il 21 marzo) simpaticamente individuato con l’espressione “pulizie di primavera”.
  • La maggior parte delle rotture avviene di lunedì ed ecco perché lo odieremo più che mai.
  • Con grande arguzia la maggior parte delle persone preferisce passare allo stato di single prima delle vacanze estive.
  • Un altro picco molto alto (10 dicembre) è registrato appena prima del Natale (in tempi di crisi si risparmia sui regali?)…
  • … mentre il giorno in cui ci si molla di meno è proprio il giorno di Natale (Grazie e Dio).

Non finiremo mai di stupirci di quanto facebook sia entrato ormai nelle nostre vite e di quanto possa mostrarci qualcosa sul comportamento sociale. Viviamo ormai nel mondo 2.0 e qualcosa di interessante se ne può ricavare. Comunque ormai oltre al calendario gregoriano e a quello lunare, ricordiamoci il calendario di facebook: potrebbe essere utile per calcolare le “date a rischio” e smettere di prendere la pillola.

Il puttano e la pappona

Ray (Thomas Jane) e Tanya (Jane Adams)

Cosa avrà questo nuovo telefilm, Hung, perché tutti ne parlano? Ok, vediamolo. Divorato. Dieci episodi, andati in onda tra l’estate e l’autunno scorso dulla rete HBO. Una storia che sembra solo una trovata divertente – un allenatore di basket in serie difficoltà economiche decide di far fruttare il suo grosso coso prostituendosi per sbarcare il lunario  – ma che fin da subito mostra una complessità di tutto rispetto. C’è l’America che se ne va a puttane (in senso lato), con la crisi che tocca ogni fascia sociale. Ray, il nostro eroe, certo, ma anche il marito dermatologo dell’ex moglie. E insieme alle basi del capitalismo si sgretolano certezze, scenari, relazioni e sentimenti. In questo Hung, slang per “ben accessoriato”, è un telefilm corale, dove tutti i personaggi hanno il loro spazio e compongono un pezzo della situazione, interpretati da attori che abbiamo già visto in Tv e al cinema, facce familiari e perfette per il ruolo. Ci sono anche scene di sesso divertenti e abbastanza esplicite ma non è questo il punto: fare il puttano (o gigolò che dir si voglia) non è così facile. Bisogna reinventarsi, sapersi vendere, avere a che fare con situazioni mica tanto lineari e, soprattutto, bisogna rimediare le clienti. Tanya, la storia di una notte di Ray, una poetessa un po’ sfigata che non ha niente in comune con lui, si propone come la sua pappona. Da qui si sviluppa il rapporto principale della storia. Una specie di alleanza di affari tra due che hanno bisogno di soldi, o bisogno tout court, che è però anche un’amicizia sbilenca e mai banale, tenera alla fine. Ray è un ex vincitore che deve vedersela con il crollo di tutto quello che si è costruito: il lavoro che sta perdendo, la casa che è andata a fuoco (vive in una tenda nel suo giardino), le aspettative dei due figli emo-adolescenti e l’ex moglie che lo ha lasciato. Tanya è una perdente da sempre: troppo incasinata, sensibile e complessata per affrontare il capitalismo sentimentale. Tutto si sfascia e cambia assetto, come sabbie mobili, mentre ognuno di loro cerca di non affogare salvando un minimo di umanità. Arrivando all’ultima puntata (dove Tanya legge Donne che corrono con i lupi e possiamo immaginare una rivalsa nella seconda serie) ti rendi conto che il bello della serie sta nella sua verità: preparatevi tutti a diventare presto puttani o papponi.