Intimi dubbi

XL o...

Mutande XL o mutande XS? Sembra una questione da poco ma  si agitano contrapposte scuole di pensiero sull’argomento. Da una parte il ritorno della lingerie vintage, sull’onda del fenomeno Mad Men, per cui la pancera della nonna è sexy (per fortuna con tutte le migliorie hi-tech del caso). Dall’altra lo sconfinamento del perizoma nel territorio del catalogo D-Mail. Come nel caso del C-string, perizoma senza lacci o, se volete, cerchietto per la patata. Sponsorizzato anche come costume (?!) che non

... XS?!

lascia segni dell’abbronzatura. Insomma, sotto sotto, cioè lì sotto, l’importante è estremizzare, che l’intimo femminile sia extra qualcosa. Siamo confuse (che poi è l’unica cosa che si può provare dopo aver visto il C-string) e, allo stesso tempo, abbiamo l’impressione che le mutande stiano cercando di dirci qualcosa di importante sui nostri tempi.

Il cinema, le donne e il 2010

Il 2010 è stato un anno davvero scarso per film da ricordare. Ma ci sono due pellicole a cui continuo a ripensare. Potiche, La Bella Statuina di Francois Ozon e We Want Sex di Nigel Cole. Non perché siano dei capolavori ma per il tema che affrontano e per il modo in cui lo fanno. Sebbene siano molto diversi, uno francese, l’altro inglese, uno ambientato negli anni ’70, l’altro nei ’60, uno narra una vicenda personale, l’altro un episodio collettivo tratto da una storia vera, entrambi parlano di donne e lavoro e, cosa ancora più interessante, affrontano il nostro recente passato filtrato attraverso la lente del presente. In Potiche, Catherine Deneuve è la ricca moglie di un industriale che ha l’occasione di condurre la fabbrica al posto del marito confrontandosi con il diritto allo sciopero, i sindacati e gli uomini in generale. Il regista dipinge la protagonista come una donna iconica, grande mamma finalmente liberata e pronta a rinunciare agli uomini della sua vita, se non all’appoggio del fedele figlio gay, per lanciarsi in una nuova carriera. Il film è leggero, una commedia brillante a tutti gli effetti, ma non privo di agganci con la realtà: già intravediamo i semi di quello che diventerà il mercato del lavoro come la delocalizzazione delle fabbriche. We Want Sex, invece, prende spunto dallo storico sciopero che le lavoratrici della Ford inglese intrapresero nel 1968. Lo sciopero che fermò l’intera fabbrica e diede il via a una più ampia battaglia per la parità di stipendio tra uomini e donne. Il film è un compito ben svolto, nulla di più, che si inserisce nella cinematografia pro-proletariato tipicamente inglese. Eppure non si può accusare il regista di non aver toccato davvero tanti temi: dai costi della battaglia femminile-ista, sia in ambito lavorativo che familiare, al maschilismo imperante anche e soprattutto tra i sindacalisti, fino alle rivoluzioni sociali di quegli anni. E di nuovo, proprio come succede in Mad Men (7 sceneggiatrici su 9 totali, non per dire), tra capelli cotonati e abitini stretti in vita si agitano i demoni del presente. Sembra che la società si volti a guardare indietro il passato recente per trovare un senso all’attualità. Quello era l’inizio di tutto, quelle erano le conquiste, quelle le contraddizioni. Quello era il sogno in cui abbiamo creduto e di cui ora non vediamo che macerie. Il passato all’improvviso non è un più un quadretto rassicurante in cui rifugiarsi, non un fulgido elenco di vittorie acquisite ma materia viva, in cui affondare le mani per capire le contraddizioni del presente. Al centro, spesso, le donne. Perché anche Karl Marx, citato in We Want Sex, afferma che il livello di una società si misura dal ruolo che hanno le donne. Donne in lotta per i diritti e per una società migliore che, però, da lì a breve avrebbe cambiato tutte le carte in tavola rivelando un fallimento che tutte noi sperimentiamo oggi sulle nostre spalle.  Precariato, alienazione, povertà, contrazione dei diritti, parità disattesa, solo per citarne alcuni. E’ la crisi, baby. E’ il punto di non ritorno. Sarà il caso allora di gettare uno sguardo al passato, selezionare il buono per poi prendere la rincorsa, salutare quello in cui abbiamo creduto e inventare un mondo nuovo. Buon 2011 costruttivo a tutte!

Quello che avreste voluto sapere sulla Danimarca e non avete mai osato chiedere

Loro, i danesi, dicono di avercelo più lungo di tutti. E chi l’avrebbe mai detto? Secondi gli italiani. L’infografica viene da Manhunt.net, un sito di dating per gay dove gli utenti, evidentemente, inseriscono tra i dati anche la lunghezza del loro coso. Ché sono divertenti queste aggregazioni di informazioni prelevate dai social network e dating sites. Ma visto l’argomento: chi la dice più grossa (o più lunga)? Il sito

Come porti i capelli biondo

Testa a testa per Julian Assange, fondatore di Wikileaks e Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, per il titolo di “Person of the year”, il prestigioso premio che la rivista Time assegna a chi, nel bene o nel male, ha più influenzato l’anno passato.  Alla fine ha vinto Zuck ma noi pilifere vogliamo comunque tributare un omaggio a uno degli aspetti che più ci incuriosiscono del misterioso Assange: i suoi capelli. E poi pensavamo di essere le uniche a notarli…

via Jezebel

Lo sapevate? Strategismo sentimentale. Su Rieducational Channel

Lo ammetto, sono davvero curiosa di conoscere e forse essere curata dallo “strategismo sentimentale che ha enormemente rallentato il cammino della civiltà”. Tutta colpa di questo spot televisivo che, pare, vada davvero in onda su La7 ma che io ho visto su Facebook (poi dicono che sia solo una perdita di tempo, guarda qua che chicca mi sarei persa).

Tra la presentazione accorata di Manuela Arcuri, la copertina del libro e l’accenno di trama non so veramente dove mettere le mani. Probabilmente lo spot si commenta da solo. Posso solo aggiungere che assomiglia e supera, seppur involontariamente (o forse proprio per questo), un grande momento di comicità italiana:

 

Aggiornamento: la recensione de Il Labirinto Femminile qui

Il botox ti fa vecchia

Nata nel 1958, la signora Madonna Veronica Ciccone, se la matematica non m’inganna, dovrebbe avere 52 anni. Quanti ne dimostra in questa foto recente (scattata all’apertura “Hollywood style” della prima palestra della sua catena Hard Candy Fitness)? Tutti direi. Ma, soprattutto, in cosa si sta trasformando la popstar? A prima vista, sembrerebbe un incrocio tra la donna gatto e una pagnotta appena sfornata. Di sicuro si è trasformata nell’ennesima vittima dell’illusione che plastiche e botulino possano davvero nascondere i segni della vecchiaia. La verità è che semplicemente si invecchia come tutti gli altri esseri umani, sebbene in modo diverso e non per questo migliore. Anzi possiamo ipotizzare che per assurdo l’accumulo di protesi sia diventato un nuovo metro per misurare l’età, proprio come i cerchi nel tronco dell’albero. C’è una prima fase in cui ogni rifacimento, labbra, zigomi, palpebre, ecc,  è direttamente proporzionale all’età che avanza. Le operazioni di chirurgia estetica si sommano col tempo, il volto si trasforma e si rende leggibile proprio come se avessimo segato un tronco. La seconda fase della moderna vecchiaia, chiamiamola così, arriva quando lo sguardo si fa vitreo e sopraggiunge quella somiglianza impressionante tra donne che hanno subito le stesse operazioni e infiltrazioni. Da li in poi l’età è incalcolabile, in tutti i sensi. Non voglio qui disconoscere le difficoltà e le incertezze delle donne a cui il mondo dello spettacolo detta l’eterna giovinezza e non voglio neanche citare la sfruttatissima frase che, pare, Anna Magnani disse al truccatore che le voleva coprire le rughe (tanto la conoscete, no?). Mi chiedo semplicemente, visti i risultati, se tutta questa dolorosa, costosa e affannata corsa all’indietro non sia alla fine una grande fregatura. E se non sia arrivato il momento di un approccio diverso – addirittura trasgressivo – all’invecchiamento delle donne, ma anche degli uomini, che non sia né rassegnato come era una volta, né negato come vediamo e subiamo da un po’.

La creazione del sogno

Lanvin per H&M è solo l’ennesima collaborazione tra una maison di alta moda e un marchio per il grande pubblico. I vestiti disegnati da Alber Elbaz in vendita domani solo in alcuni negozi selezionati H&M saranno probabilmente un po’ deludenti a toccarli con mano e poi c’è il problema che sono quasi invecchiati a forza di vederli in rete, indossandoli potremmo rischiare di diventare delle cloni troppo riconoscibili. Senza contare la probabile ressa per accaparrarseli. Ma non è questo. Sono letteralmente ammirata dalla fluidità dell’azione di marketing per il lancio della collezione: un ping pong continuo tra alto e basso, dalle anticipazioni alle fashion blogger di riferimento alla sfilata “haute couture” di giovedì scorso a New York (nell’immagine), presenti icone varie: dalla radical chic Sofia Coppola, alla giornalista di Vogue Anna Dello Russo, fino all’ego-blogger Bryanboy. Senza contare la video-storia, la collaborazione con l’Unicef, il countdown che sta facendo friggere la rete, la campagna sui giornali. Insomma, nulla è stato lasciato al caso. Lanvin for H&M è, al momento, la massima incarnazione del sogno di una moda democratica (abbastanza democratica, i prezzi degli abiti sono comunque sopra i 100 euro). Ed è anche la collezione che urla: non abbiamo più una lira ma abbiamo ancora voglia di vivere e divertirci!