Fare i genitori: l’anno della tigre (e della pecora permissiva)..

È qualche mese che le polemiche infuriano intorno al tema dell’educazione dei figli da parte dei genitori. È stato pubblicato anche in italia pochissimi mesi fa (Sperling e Kupfer, 2011)) un libro che ha scandalizzato l’America: il Ruggito della Mamma tigre di Amy Chua docente di diritto internazionale nella esclusiva Yale Law School, cinese-americana, figlia di immigrati con un marito di ebreo americano. Come ha scritto Federico Rampini sulle pagine di Repubblica: “è un libro molto ricco e affascinante, ma la parte che ha fatto scandalo in America è una sola, quella in cui Amy Chua descrive i metodi con cui educa le due figlie, metodi più ispirati alla cultura confuciana che alle consuetudini americane: disciplina ferrea, divieto di guardare la tv o di trastullarsi con i videogame. Perfino le feste dagli amici sono proibite per dare la priorità allo studio”. Tutto ciò con l’intento ben preciso di coltivare il talento dei figli e indirizzarli verso carriere fulgide. 

Proprio di oggi, sempre su Repubblica, una notizia che sembra una risposta al ruggito della mamma tigre.

Il professor Bryan Caplan in un nuovo manuale “Selfish reasons to have more kids: why being a great parent is less work and more fun than you think” (Ragioni egoistiche per fare più figli: perché essere un bravo genitore è meno faticoso e più divertente di quanto si pensi) afferma esattamente il contrario: rilassatevi, divertitevi, lasciate che i vostri figli stiano davanti al computer o alla tivù e per cena ordinategli la pizza. Insomma, la rivincita della mamma chioccia, agnello, pecora (e chi più ne ha più ne metta) ma, potremmo dire, sostanzialmente fancazzista.

Bryan Caplan psicologo ed economista, citando dati e statistiche su gemelli e figli adottivi, dimostra che raramente il modo in cui i genitori allevano i figli ha un effetto su come diventeranno da adulti.

"Figli dei Fiori"

Fatto sta che noi abbiamo la sensazione che, in questo campo, la ricetta non ci sia proprio. Partiamo da una considerazione personale. Proprio ieri sera ho assistito ad una conversazione tra un mio amico e i suoi genitori: normalmente egli si lamenta del fatto che i suoi genitori gli abbiano, per dire, impedito di coltivare le sue aspirazioni adolescenziali (ovviamente fare il musicista) e l’abbiano fatto studiare dai salesiani. Parimenti loda il fatto che gli abbiano sempre permesso di non doversi smazzare per lavorare e l’abbiano mantenuto senza battere ciglio. Ebbene, ieri sera gli ha rinfacciato di non averlo mandato a lavorare sin da giovanissimo. Mamma tigre, mamma agnello? Genitori, non vi angosciate, qualunque cosa facciate, vi sarà rinfacciata.

Un esempio della totale confusione in cui versa il campo dell’educazione genitoriale è quello delle Celebrities.

Una serie di coppie di genitori permissivi hanno provocato molti danni ai loro figli (che si siano ripresi o no): Drew Barrymore e i suoi problemi di droga sin da piccolissima ne sono un esempio. River Phoenix, figlio di hippies è finito decisamente male.

Parliamo dei poveri genitori della Gaga che adesso si ritrovano a fronteggiare le manie emulative della figlia minore Natali. Stranamente sono preoccupati che la ragazza diventi come la sorella … Troppo attaccata al lavoro, non alle bistecche di Manzo.

Katy Perry

Di qualche giorno fa sono le dichiarazioni di Katy Perry (VF America di Giugno) che sembra abbastanza confusa: dice di non aver avuto una infanzia e di essere vissuta in una famiglia intollerante e chiusa (e guarda quanto è tollerante e aperta lei) ma nello stesso tempo afferma che i genitori sono felici del suo successo. La palese contraddizione, cara ai giornalisti, fra l’esuberanza della sua carriera e la rigidità delle sue origini.

Tra i genitori estremamente permissivi, che non hanno per questo rovinato la carriera dei propri figli, possiamo sicuramente annoverare quelli di Woody Allen, cui va il premio per l’originalità: “Quando ero piccolo, mia madre mi diceva sempre: “Se uno sconosciuto ti avvicina, ti offre caramelle e ti invita a salire in macchina con lui, vacci!” (W.A.).

E voi che tipo di genitori avete avuto?

Nozze virali

La febbre per le nozze mediatiche del secolo sta salendo (mancano solo dieci giorni) e T-Mobile (UK), l’operatore multinazionale di telefonia mobile, ha confezionato uno spot (Saatchi & Saatchi), anzi un viral, che sta allegramente contagiando l’etere. Nell’ultimo giorno ha ricevuto quasi cinque milioni di visite.

La canzone è House of Love degli East 17 e questo è il video!

Everybody in the house of love!

Lo Zen e l’arte del porno (in 3D)

Per chi non lo sapesse (ancora) annunciamo: è uscito giusto ieri ad Hong Kong e a Taiwan il primo colossal porno in 3D. Il film si intitola Sex and Zen: Extreme Ecstasy e il suo costo di produzione è stato di oltre 3 milioni di dollari.

La locandina di Sex and Zen: Extreme Ecstasy

Un investimento “enorme” se si pensa che il settore hard professionale vive una crisi storica, a causa della pirateria, dei film amatoriali e dei siti porno gratuiti: secondo stime di Confindustria, nel 2010 in Italia tutto l’indotto è crollato da 1,5 miliardi di euro a 750 milioni (Wired).

Forse sarà il 3D a salvare l’industria (professionale) del porno? Non lo sappiamo, forse voi avete qualche opinione a proposito.

Fatto sta che però questo non è il primo porno in 3D e, come in molti casi, in questo l’Italia detiene un primato: il primo film porno in 3D in tutta Europa è stato girato e prodotto in Italia, Casino 45, dalla casa di produzione Pink’o di Rudy Franca e ha come protagonista il noto pornoattore Franco Trentalance.

Su quali siano i vantaggi, per lo spettatore, del porno 3D rispetto a quello a due dimensioni la letteratura è ancora scarsa.  Per quanto riguarda i protagonisti è lo stesso Trentalance a deplorare la lentezza eccessiva delle riprese e la messa a fuoco che esalterebbe eventuali difetti fisici degli attori affermando: “Si, in effetti si vede qualche pelo superfluo o brufolo, soprattutto se hai la pelle molto chiara, così come le vene sottopelle”. Ma, soprattutto, gli alti costi di produzione non permettono di girare scene con troppi protagonisti, diciamo così, quindi queste rappresentano al massimo una coppia.

Come spiega Pietro Adamo, docente di Storia moderna e autore di Il Porno di massa (Raffaello Cortina Editore), una vera autorità in merito, in origine la pornografia fu salutata come figlia della rivoluzione sessuale, quella che negli anni ’60 predicava la liberazione del corpo dalle inibizioni borghesi classiste e sessiste. Progressivamente, il fenomeno è degenerato nella mercificazione, nel consumismo e nel porno di massa.

Secondo Adamo la caratteristica principale del porno di massa si riduce a una liberalizzazione sessuale delle fantasie sadiche maschili e, di recente, l’anonimato del web avrebbe alimentato la proliferazione del genere estremo contribuendo a dare sfogo a forme di violenza represse.

Questa svolta (fisiologica) del porno al 3d forse potrebbe rappresentare una virata verso una nuova era porno maggiormente sofisticata?

Chinese erotic art

Di sicuro è quello che accade con la prima mega produzione cinese. La visione del film, basato sull’erotic novel cinese del 17° secolo “Il tappeto da preghiera di carne” e sequel 3D dell’omonima serie di film erotici inaugurata nel 1991, ha assicurato il quotidiano britannico The Guardian, è di quelle che lasciano senza fiato e permetteno allo spettatore di “sentirsi come seduto sul bordo del letto” (recensione qui).

Sperando di non vedere troppi brufoli … 

Le parole per dirlo

 

Ti do il numero del personal trainer ...

“Pochi se ne sono accorti. Molti hanno preferito ignorare quanto il senso e il significato delle parole non sia più quello di una volta e di conseguenza non interrogarsi e non arrivare a una conclusione probabilmente temuta dai più. Il significato di molte parole è mutato perché sono cambiate le donne e con loro il mondo e gli strumenti coi quali lo si descrive” (Parola di donna)

E’ di qualche mese fa (febbraio)  l’uscita di “Parola di donna” (a cura di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie), volume che raccoglie cento parole che raccontano chi sono le donne oggi, dove sono arrivate, che percorsi hanno fatto, quanta strada hanno percorso, dove hanno intenzione di andare, che cosa non sono ancora riuscite a conquistare. Questo, e non so perché, mi fa pensare e passare da un argomento serio (molto) ad un altro leggero (molto): ispirata dalle donne e dalle parole  ho riflettuto sulla falsa leggenda che le donne si dicano tutto. Tutto.Tutto-tutto!

È vero che i tempi sono cambiati e che ci si racconta quasi tutto ma… Capita ancora che, nonostante non si abbia alcun problema a sputtanare i propri ex (male) o parlare delle proprie esperienze (bene), quando si tratta di manifestare alcuni tipi di esigenza ci sia ancora qualche reticenza (rima baciata). Soprattutto se si parla di sesso e intimità.

Ora, se penso alle donne ed alle parole mi viene in mente una cosa che apparentemente abbassa il livello come un rutto ad una sfilata di moda e precisamente a questa estate quando, negli indolenti pomeriggi tra amiche sulla spiaggia, qualcuna di noi se ne è uscita fuori con una complicata perifrasi: “mi piacerebbe trovare qualcuno con cui fare sesso in modo disimpegnato poiché ne sento l’esigenza”(significato: vorrei fare sesso, tout court).

Un trombamico, termine ormai di uso comune? Non proprio. Il trombamico indica chiaramente dato il suffisso “amico”una persona che frequenti abitualmente seppure a scopo ricreativo. L’esigenza maturata sulla spiaggia era puramente estemporanea. Eppure, nessuna di noi riusciva ad ammettere semplicemente che aveva bisogno o voglia di fare sesso. Cosa che accade, ma non si dice.

E così ci siamo inventate un modo simpatico per parlarne senza imbarazzarci a vicenda usando l’espressione “personal trainer”: “Ho bisogno di un personal trainer”, “quello potrebbe essere un buon personal trainer” e via dicendo.

Immaginerete il mio entusiasmo (seguito da diversi sms alle amiche in questione) quando a settembre, alla fermata del 90 express a Roma, ho conosciuto un personal trainer. Il tempo di arrivare a Villa Torlonia e avevo già il suo biglietto da visita nel portafogli, non si sa mai (contattatemi al bisogno).

Comunque, lasciando da parte le amenità, ho lanciato negli ultimi giorni un piccolo sondaggio telematico, chiedendo se qualcuno tra i miei amici avesse usato altre espressioni colorite ed evocative per indicare la stessa esigenza. Personal trainer escluso, le più simpatiche sono state (corredate di commenti e senza fare nomi):

  • Linguista: “esperto della lingua o di linguaggio”… E non ci riferiamo alla presunta capacità di mettere due parole in fila.
  • Limonatore: “In cucina ho visto i limoni e mi è venuto in mente” (estemporanamente);
  • CO.CO.PRO: “collaboratore di coito professionista” (menzione d’onore).
  • “Un tempo mi riferivo al fatto di uscire con un tipo per la prima volta come “fare il colloquio a qualcuno” e quindi lo chiamavo “freelance“.

Qui devo estendere il commento anche alle considerazioni sulle differenze culturali riscontrate dalla nostra amica che vive all’Estero: “in Italia avevo lavori precari e una relazione a tempo indeterminato (all’epoca). Qui il lavoro a tempo indeterminato é praticamente la regola ma trovare qualcuno che venga a letto con te due volte di seguito é una fatica”. Paese che vai, inghippo che trovi.

  • “Uno per la ginnastica” … Per quello di colore poi (che Dio benedica la nera genitrice) il titolo era “Afrogioia”.

Aspettiamo con ansia altri suggerimenti con il nobile scopo di aumentare la nostra consapevolezza delle infinite possibilità della “lingua” italiana e contribuendo in modo significativo alla classificazione ufficiale delle professioni in uso.

 

Il senso delle mutande

La figura del sociologo è complessa. Talmente tanto complessa che la maggior parte delle persone non ha la più pallida idea di cosa sia e cosa faccia. Fatto sta che tutto quello che ci gira intorno, il mondo, riflette, in un continuo gioco di rimandi, quello che siamo diventati e quello che, forse, diventeremo.

Pensate che la musica sia solo un passatempo? Ovvio che così non è: la musica è un potente mezzo di comunicazione, veicolo di contestazioni, rivolte, momento di aggregazione, coagulo di emozioni, rito, industria e, quindi, motore di una bella fetta di economia.

E così anche le mutande. Solo un utile indumento per contenere e per proteggere parti altrimenti sensibili? 

Niente affatto. La mutanda racconta la storia del costume (non quello da bagno), dell’uomo e della cultura non meno di un saggio di economia politica. Negli ultimi tempi la mutanda (e, soprattutto, il procedimento della denudazione ) può raccontarci molto. Se n’è accorto anche Yamamay, il palindromo marchio di lingerie che ha chiesto ad un sociologo (devo dire, non proprio tra i miei preferiti) di scrivere d’amore per la sua nuova campagna pubblicitaria. Scrivere d’amore e non diffondere fotografie che sviliscono l’immagine della donna (il dibattito continua e si infiamma).

Afferma il professor Alberoni: “Una scelta di non volgarità” e aggiunge “in un momento in cui è proprio questa a spopolare sui media e tra i (divani-letto dei) salotti di una politica sempre più macchiata da squallida ipocrisia”.

Sarà, ma sulle riviste e nel web (qui il sito ufficiale), accanto a queste parole, si vedono le immagini della nuova campagna pubblicitaria della Yamamay:

E’ vero, le immagini non sono volgari (secondo il senso comune). Ma che ne dite di queste giovani Lolite in fiore esaltate da un sociologo ottant (adue) enne? (E che ne dite che sarebbe ora di far parlare d’amore all’Italia quelli più giovani?)

 

Bloody Barbie

The awkward moment when Barbie goes to suck Kens non existent dick

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ken Carson ha compiuto ben 50 anni (l’11 marzo scorso, se vi fosse sfuggito) e con l’occasione del compleanno di Ken diamo uno sguardo al variegato mondo Barbie. Perché, che lo sappiate o meno, dietro la bambola più venduta al mondo e oltre alle sue lunghe gambe di plastica c’è di più.

Di Barbie si sono dette, negli anni, molte cose e il suo nome ha spesso assunto il significato dispregiativo di ragazza di bell’aspetto ma priva di spessore e sostanzialmente stupida. Negli anni ‘90 una delle Top model che hanno fatto la storia della categoria, Claudia Schiffer, veniva definita la “vera barbie” da Ellen Von Unwerth con tanto di consacrazione sul numero di Vogue Italia del luglio 1994.

Pochi anni dopo, una canzone intitolata Barbie Girl (1997), unico successo della folgorante (meteora) band svedese Aqua, diventava ufficialmente una critica e presa in giro del modello di donna incarnato da Barbie. Nel film Mean Girls (2004), Barbie diventa sinonimo di ragazza popolare e, come dice il titolo, cattiva. Ma soprattutto, il film legittima e critica il tipo “alla Barbie” come modello cui tendere. La protagonista, Cady afferma, riferendosi ad una delle ragazze più popolari della scuola: “Regina è come la Barbie che ho sempre desiderato, non ho mai visto nessuna così….Barbie!”

Claudia Schiffer

Nel corso degli anni si è detto che la Barbie, grazie alla serie di professioni e ruoli impersonati, fosse un modello positivo per le bambine e che queste ultime attivassero un processo di identificazione con la bambola facendole ricoprire tutti i ruoli desiderati. Però, la peculiarità di Barbie, come afferma Marianne Debouzy in “La bambola Barbie” è che essa è un tipo di bambola diversa dalle altre perché il suo aspetto fisico non inganna nessuno, così come l’universo che le si è costruito intorno nel corso degli anni e che le conferisce un’identità adulta (il perenne fidanzamento con Ken, per esempio). Sorge allora il problema del rapporto tra la bambina e la bambola, perché la bambina non assume più il ruolo di madre, ma quello di donna. Il punto è: quale tipo di donna? L’oggetto interessante allora diventa non la Barbie bensì il rapporto tra la Barbie e il target, le piccole consumatrici.  Ma non bisogna mai sottovalutare il potere della fantasia.

Non so chi di voi abbia odiato la propria Barbie. Fatto sta che personalmente, e anche molte delle mie amiche, abbiamo provato a modificarla rendendola più vicina al nostro immaginario. Io le cucivo i vestiti e, in pieno boom dell’ Hair Metal, alla metà degli anni ’80, ho creato (pentendomene) un sacco di improbabili acconciature fluo per le mie Barbie. E credo che tutte/i ne abbiano decapitato una. Forse qualcuno dovrebbe interessarsi più a fondo della questione, ma è sicuro che quella che è una tendenza che era viva già nelle bimbe è diventata anche una specie di divertissement per adulti.

Da un po’ di tempo girano sul web una serie di foto che ritraggono la Barbie in ruoli inconsueti, fondamentalmente nel ruolo di assassina del compagno (strano che non esista un termine per definire la donna che uccide il proprio compagno) o dei propri familiari, ma soprattutto molte foto di una Barbie martorizzata. Perché vengono perpetrate delle violenze sul corpo della Barbie? Nel dicembre 2005 la dottoressa Agnes Nairn dell’Università di Bath in Inghilterra, ha pubblicato i risultati di una ricerca nella quale si rileva che le bambine spesso passano per una fase di odio verso le proprie Barbie, facendole diventare oggetto di diversi tipi di punizione, fra cui la decapitazione o il metterle nel forno a microonde (per chi fosse interessato cliccare qui).

 

Le ragioni addotte nelle interviste fanno emergere una serie di spiegazioni che hanno radici nel ricco universo simbolico di Barbie. L’analisi dei commenti dei bambini indicano che Barbie è odiata proprio perché rappresenta un tipo di donna finta e una icona femminile (unfashionable e plastic sono due dei termini usati) il che getta un’ un’ombra scura e inquietante sull’immaginario collettivo legato alla Barbie: tanto è esclusivamente rosa l’universo di Barbie, tanto si tinge di nero quello dei suoi aguzzini. Nel Bene, ma soprattutto nel Male, la Barbie continua ad essere uno dei simboli pop più controversi.

Relazioni complicate: il gatto mi capisce meglio di te?

Andare al cinema a vedere film trash mangiando cibo trash non è mai una bella idea. Ieri sera ho mangiato galletto fritto, patate fritte e anelli di cipolla fritti e poi ho visto Il Rito film che ha per protagonista un seminarista che viene spedito a Roma per diventare esorcista. Le cose maggiormente degne di nota nel film sono, a mio parere, due: la tendenza americana a dipingere gli italiani come selvaggi metropolitani (modello scippo con il motorino) e il numero imprecisato di gatti presenti.

Ovviamente stanotte ho  avuto gli incubi e ho sognato tutta una serie di animali che tentavano di sedurmi. Mi sono svegliata confusa: il demonio tentatore viene raffigurato come una capra, l’uomo definito un gallo (nel pollaio), il pene uccello e la vagina micia. Solo una cosa mi sembra chiara: deve esistere un legame tra regno animale e seduzione. Quindi stamattina, appena alzata, ho cercato notizie in merito e ne ho trovate due abbastanza fresche. La prima riguarda i gatti che, per rimanere in tema di diavolerie, erano già gli animali da compagnia preferiti dalle streghe.

 

E dai cani

Un gruppo di ricercatori dell’ Università di Vienna, guidati dal Dott. Kurt Kotrschal della Konrad Lorenz Research Station, ha video-documentato e analizzato il comportamento di 41 coppie gatto (maschi e femmine) – padrone (uomini e donne) per un periodo di tempo piuttosto lungo. Dall’osservazione e lo studio di questi comportamenti è emerso che, sebbene i gatti siano ben disposti verso il contatto sociale in generale, la preferenza per le donne è netta ovvero l’emissione di fusa o miagolii è tre volte maggiore che verso gli  uomini. L’articolo intero (per chi fosse interessato) è qui.

La cosa simpatica è che il gatto metterebbe in atto tutta una serie di tecniche di seduzione. Gatto e padrona sviluppano infatti “una serie di complessi rituali” secondo quanto si legge nello studio, “che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche”: ciò vuol dire che il gatto impara a conoscere e capire la sua padrona, e questo gli consente in alcune occasioni di persuaderla per i suoi scopi. Diavolo di un gatto!

La seconda notizia riguarda invece il rapporto tra cani e uomini. Come si suol dire, “Il cane è il migliore amico dell’uomo” (in questo blog si riconosce alla frase una valenza universale ma per i nostri biechi scopi rasoiamo tutta l’altra metà del cielo) ma a quanto pare “l’uomo è il miglior amico del cane” e per un motivo preciso: nel corso dei secoli Egli (l’uomo) ha tentato di sfruttare il secondo animale domestico per eccellenza (il primo è il maiale, non lo sapevate?) per sedurre le donne.

Aveva provato a sostituirlo prima con una clava, poi con una macchina di grossa cilindrata e, ultimamente, con l’I-phone ma, a quanto pare, secondo un sondaggio, svolto dal sito statunitense Retrevo.com su un campione di 1.000 donne, solo il 36% rimane colpito da un uomo “tecnologico” mentre la maggior parte trova più interessante un uomo che porta a spasso un cane.

Diciamo pure che la lettura di queste notizie non ha dissipato molto la mia confusione iniziale, anzi mi lascia con dei quesiti che rivolgiamo anche a voi.

È possibile che dalla ricerca sui gatti di cui sopra emerga finalmente la prova empirica indiretta che l’essere umano di sesso maschile (non ce ne vogliate, vi accettiamo lo stesso, con tutti i vostri limiti) sia meno capace persino del gatto di instaurare con una donna tutta quella “serie di complessi rituali che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche” (cit.) o che abbia bisogno di un cane per farlo?

Ma se così è, dobbiamo aspettarci un’invasione di uomini che portano a spasso cani? Ciò vuol dire che dobbiamo aspettarci un incremento del numero di cacche che dimorano indisturbate sui nostri marciapiede e che rischiamo di calpestare con i nostri sandali preferiti? O, nella migliore delle ipotesi, portarci a casa un uomo pieno di peli, che puzza di cane e che prima o poi ci chiederà di portare la dolce creatura a fare pipì la mattina presto o la notte tardi con qualunque clima e temperatura?

No, grazie.

Sarà per questo che La Santa Inquisizione ha messo al rogo migliaia di streghe insieme ai loro poveri mici: erano solo donne che si rifiutavano di portare a spasso un cane.

 

Memento mori … Però puoi ancora far parte di Fb.

Come avrete notato, su questo blog  si parla spesso di tabù: dalla ricerca di un nome alternativo all’accademico e freddino cunnilungus … alla misandria.  Molto più spesso parliamo di social network. Bene oggi parliamo di uno dei grandi tabù della nostra epoca, la morte, e di social network. No, i social network non stanno morendo, anche se un pò ci stanno portando alla follia. Eppure, mentre il social network continua a godere di ottima salute … La gente continua, ahimè, a morire.

Per lungo tempo, nella nostra immane ignoranza, ci siamo interrogati su dove andassero a finire i cinesi morti (e qui ve lo spiegano). Nessuno si è mai chiesto dove vanno a finire i profili facebook dei defunti?

Bene, IL social network ha pensato anche a come risolvere questo problema. Mentre gli utenti di Fb “celebrano” e “ricordano” (con intenti sicuramente lodevoli)  in continuazione la morte, ma probabilmente senza rendersene conto, con la pubblicazione di link in memoria di innocenti ragazzine assassinate e costruendo loro profili falsi (una pratica che io non condivido), i gestori si attivano per risolvere quello che effettivamente potrebbe essere un problema.

Per esempio, e sottolineo per esempio,  a me non piacerebbe (ovviamente) morire di incidente dovuto ad abuso di alcol e riposare in pace con una foto del profilo come questa (in realtà più per l’ improbabile look):

Ma a parte gli scherzi, dato che facebook non può accorgersi della morte di un suo utente ha predisposto una sezione in cui si spiega cosa fare: http://www.facebook.com/help/?page=842 .

La cosa chiara è che nel caso in cui familiari o amici volessero continuare a ricordare il defunto su FB il suo profilo potrà essere  memorialized mentre nel caso in cui (molto più saggio oserei dire) si volesse cancellare il suddetto profilo un parente deve farne esplicita richiesta compilando un modulo (in cui si richiede di allegare il certificato di morte).

A me rimangono dei dubbi e una certezza. Dubbi riguardo ad una procedura che, tutta virtuale, potrebbe essere, per così dire, non proprio trasparente e certezza sul fatto che qualcuno potrebbe divertirsi a creare profili commemorativi per persone ancora vive e vegete (e poi vai a dimostrare che non sei morto perché come dice fb: “Se non riesci ad accedere al tuo account personale perché è in stato commemorativo, clicca qui. Tieni presente che noi siamo in grado di concederti l’accesso a questo account solo se riusciamo a verificare che sei realmente l’utente indicato nell’account”).

In ogni caso ci auguriamo, se proprio dobbiamo, di utilizzare la sezione il più tardi possibile, perché è chiaro che in questo caso “mai” non si può dire “mai”.

Quando l’amore in chat finisce a tarallucci e vino (o quasi)

Che accalappiare un partner per la gola sia una strategia vincente è uno di quei luoghi comuni che in un paese come l’Italia funziona sempre. Che io sia ormai ossessionata dai sondaggi è risaputo. Quindi, eccovi il risultato dell’ennesimo sondaggio, questa volta commissionato da Meetic, la community di single che conta ben 42 milioni di utenti in Europa (di cui oltre 6 milioni in Italia) che ha lanciato un sondaggio online e ha chiesto ai suoi iscritti tra i 18 e i 50 anni le loro abitudini in fatto di amore e luoghi dove consumare … Il cibo.

Tra i risultati troviamo che il 43% degli intervistati  preferisce, per la prima cena fuori,  la cara vecchia trattoria italiana ai ristoranti etnici. Sempre per quanto riguarda il primo appuntamento vietato invitare a casa. Del resto persone che si conoscono prevalentemente in chat dimostrano di avere ancora quel po’ di sale (è proprio il caso di dirlo) in zucca (ottima con il riso basmati del resto) che gli impedisce di portarsi in casa un perfetto sconosciuto/a.

Quindi il 60% degli intervistati afferma che l’happy hour in un locale è il momento migliore e il posto migliore per scoprire eventuali reali affinità.

A questo proposito segnaliamo un libro, di recente uscita, che potrebbe interessarvi (sia che gradiate appuntamenti al buio sia che siate felicemente single o in coppia): I bar a Roma di Stefano Sgambati (Castelvecchi Editore, pp. 319 Euro 14,90): una lunga passeggiata tra i bar di Roma, da quelli più ricchi di storia a quelli più recenti. 

Se l’happy hour andrà bene e la coppia decolla ricordate che il primo anniversario, secondo i risultati del sondaggio, si festeggia tra le quattro mura e che cucinare per il partner è considerato un gioco di seduzione da ben quasi il 30% degli intervistati (gli altri devono essere troppo pigri forse, o troppo spilorci).

E se poi alla fine dovesse capitarvi che il rapporto nato intorno alla tavola dovesse rivelarsi un fiasco (non di vino, che avevate pensato), prima di lanciarvi i piatti addosso, finite almeno il dessert che più della metà degli intervistati (55,8%) considera il piatto clou della serata.

Non si sa bene se siano di più le signore a preferirlo (dubito) ma sicuramente un bel tiramisù o un profiterole al cioccolato non sono di certo una “magra” consolazione (proprio per questo dubito)!

Di che segno eri?

Di che segno sei? Una delle prime temibili domande all’esordio di qualunque tipo di relazione. Una domanda foriera di supposizioni su (in) compatibilità caratteriali, sessuali e sentimentali. Una domanda alla quale rispondere mette sempre l’ansia che la risposta, per quanto non possa essere tecnicamente sbagliata, effettivamente lo sia. Una domanda che rimanda ad un mondo di pregiudizi: i toro sono tirchi, gli ariete sono teste calde, gli acquario sono troppo estroversi.

Una domanda tutto sommato alla quale era facile rispondere. Si, avete letto bene “era”. Perché adesso pare che, secondo “la solita ricerca americana” o meglio uno studio della Minnesota Planetarium Society, l’oroscopo sia tutto da rifare. Panico: di che segno sei? Anzi eri? Metà Ariete e metà toro, e sono sicura che qualcuno ci marcerà sopra come nel passaggio dalla lira all’euro.

Comunque, secondo questo studio il moto di oscillazione dell’asse terrestre, il quale si sposta, anche se lentamente, negli anni, ha cambiato la mappa delle costellazioni che adesso si ritrovano in punti diversi del cielo. In più questo spostamento avrebbe lasciato un posto vuoto alla terribile costellazione dell’Ofiuco (o, peggio, Serpentario). Gli spostamenti, che non sono precisi, hanno creato allungamenti ed accorciamenti vari e il terribile Ofiuco si è mangiato un bel pezzo dello Scorpione (per fortuna) e un altro po’ del Sagittario.

Di seguito la tabella aggiornata dei nuovi segni con il relativo periodo di riferimento:

 

A questo punto, io che sono Ariete e che sono ormai abituata ad essere non solo il primo segno dello zodiaco ma anche (secondo la maggior parte delle descrizioni delle caratteristiche del mio segno) una amabile testa …  calda e una guerriera (o almeno mi piace crederlo) ho approfondito l’argomento e ho scoperto che (grazie ad Antonio Capitani astrologo di fiducia di Vanity Fair) il cambiamento della posizione delle stelle non influisce affatto sui segni.

Capitani spiega che l’astrologia si basa sui segni (e non sulle costellazioni che hanno una propria realtà fisica) i quali derivano dalla suddivisione in dodici rettangolini di trenta gradi dell’orbita descritta in un anno dal sole (per quello quando si dice “Il sole transita in … “ si intende che transita in uno dei rettangolini specifici): l’astrologia si basa quindi su una griglia virtuale che coincide di fatto con le costellazioni solo perché più di 5.000 anni fa i sacerdoti babilonesi usavano lo zodiaco come calendario e dietro ogni rettangolino si intravedeva una costellazione.

Dice Capitani “Se questi rettangolini o segni fossero stati chiamati cipolla o pomodoro l’equivoco non ci sarebbe stato”.

Io personalmente tiro un sospiro di sollievo: non voglio essere nessun segno, tantomeno pesci (secondo la tabella sarei un po’ toro, ma io non voglio comunque essere pesci, non si sa mai). Quelli che conosco dei pesci non li sopporto e poi non sopporto Venditti che canta Nata sotto il segno dei pesci e descrive una sfigata (Marina, non a caso) che “oggi insegna in usa scuola vive male e insoddisfatta e capisce perché e’ sola”. E poi questa settimana ho un oroscopo che spacca.

Ecco, possiamo continuare tranquillamente ad esercitare i nostri pregiudizi basati sull’unica cosa meno attendibile che c’è: l’astrologia.

P.s. Chi di voi sarebbe diventato il terribile Ofiuco?