Un volto per Estasi: il mio (di Naike Valeriano)

Alzi la mano chi non ha sognato almeno una volta nella vita di partecipare ad un concorso di bellezza e ricevere il titolo di miss, poco importa la carica, purché preceduta da un “miss”. Ecco. Di concorsi per divenire miss, ce n’è per tutti i gusti: dai più celebri e di carattere nazional popolare come Miss Italia e Miss Universo, in cui si elegge la più bella tra le belle, a quelli di carattere più regionale ma non per questo meno degni di nota come Miss Maglietta bagnata (urrà) e Miss Muretto, per finire a quelli meno conosciuti.

Questi ultimi spuntano fuori come funghetti in un bosco, è impossibile contarli e si muovono nei territori più disparati, dai centri commerciali alle sagre della salsiccia, a ciascuno la sua miss: e lo dice una che non molto tempo fa ha preso parte all’allestimento di Miss Croccantino in una lontana provincia del beneventano. Ebbene, la sottoscritta oggi si è levata lo sfizio e ha partecipato a un casting per la selezione della testimonial per una nota catena di profumerie.

Il logo del Concorso

L’iniziativa è partita dalla mia cara cugina Razor Simona che mi ha proposto, sotto invito di un responsabile dei casting, di fare un salto ad una delle numerose tappe del concorso “Un volto per Estasi” (qui il sito dedicato all’ iniziativa) per vedere in che modo si svolgessero le selezioni. Quindi ho brandito macchinetta fotografica e, in una calda domenica romana, mi sono diretta verso uno dei tanti centri commerciali che popolano la periferia della Città eterna e in cui uno staff di addetti alle selezioni (tutti molto carini), con tanto di fotografo e make-up artist, aveva allestito un piccolo corner per il casting. L’inviata speciale che è in me si è trasformata in reporter per un giorno e, come tutte le brave reporter e per calarmi meglio nella parte di aspirante miss, mi sono iscritta al concorso compilando un coupon e mi sono fatta anche truccare, in poche parole ho partecipato in prima persona sicura di non poter vincere (a breve il perché).

Me la sono cavata benissimo, fingendomi un po’ svampitella e scegliendo di affidarmi alla truccatrice e di lasciare che si sbizzarrisse. Risultato? Un po’ drag per i miei gusti (io, mi preferisco più nature). D’altra parte non avrei mai potuto dire a una professionista che “no, non amo mettere il fondotinta, giusto un po’ di correttore” e “no non amo giocare con gli ombretti perché sulla mia faccia fanno sporco” e poi fare foto richiede un certo tipo di trucco, quindi un po’ ci stavano, fondotinta e cipria e 5 ombretti (non vincerò mai). La cosa bella però è che ho anche imparato un paio di dritte sull’idratazione della pelle e su come eliminare le macchie dal viso, come quella che porto io sul labbro dopo un tentativo fallito di ceretta al caramello fai da te: il segreto è nell’applicare su tutto il volto  una crema schiarente. Considerando che tra un mese saremo tutti al mare, in pratica diventerò la mosca bianca (l’ho già detto, che non vincerò mai?). L’argomento è spinoso e richiede un intero capitolo a parte. Ma torniamo al concorso.

Dopo trucco e parrucco sono passata al set fotografico canticchiando Superfreakcome se fossi in Little Miss Sunshine. Ho mimato un paio di pose da diva prendendo spunto da Audrey Hepburn e dalla mia Marylin e subito dopo ho scambiato due chiacchiere con i ragazzi dello staff e passato ai raggi x le altre due aspiranti miss, una sui 25 anni, l’altra decisamente sopra i 50.

Naike in posa

Sì, 50, volto comune, curato, espressione piuttosto compiaciuta. A quel punto ho iniziato a punzecchiare le responsabili del casting per sapere qual è la donna-tipo che aspira al titolo e, pensate un po’, quelle dai quaranta in su quest’anno sono accorse numerose, più inclini e nondimeno agguerrite nel concorrere. E’ oramai opinione comune che i quaranta di oggi corrispondano ai trenta di un tempo. Probabilmente partecipano mosse dal mio stesso spirito, che è un po’ quello del “e perché no?”.

E’ così bello giocare. In più il titolo dato alla campagna pubblicitaria di quest’anno è “Joie de vivre”, quindi direi che anche mia nonna potrebbe candidarsi e sarei pronta a scommettere che godrebbe degli stessi diritti e privilegi riservati alle più giovani. E’ proprio questa la parte che mi è piaciuta di più. Sono un po’ spocchiosa e forse oggi ho un po’ il dente avvelenato, ma la giornata è stata stupenda e mi hanno fatto provare l’ebbrezza dei famosi 15 minuti di celebrità.  Detto questo, non vincerò mai. Le foto raccontano.

Chi sono?

Nostra Signora del Giallo

È ufficiale. Bruno Vespa, o chi per lui, non si è inventato nulla e gli inquietanti plastici percorsi millimetro per millimetro nelle estenuanti maratone mediatiche e voyeuristiche che si affacciano sull’orrore di delitti insoluti, o in cerca di soluzione, vengono come al solito da molto più lontano ed esattamente da una donna molto particolare: Frances Glessner Lee, la vera signora in giallo, potremmo dire.

La signora al lavoro

Dark Bathroom

Dark BathRoom

Classe 1878, madre di tre figli e divorziata, conobbe George Burgess Magrath, accademico di medicina ad Harvard, e con lui si appassionò alla criminologia. Prima che della criminologia però, Frances era appassionata di case di bambola e lei unì le due cose: nacquero così i Nutshell studies of unexplained death, case di bambola che ritraggono 40 omicidi insoluti, precise al millimetro e, ovviamente, abbastanza inquietanti. Le case di bambola di Frances, che nel 1931 sovvenzionò l’apertura della prima cattedra di medicina legale ad Harvard, costituivano la materia su cui analizzare scena del crimine e profili dei criminali nel corso di alcuni seminari per i poliziotti della futura scientifica. I plastici sono stati omaggiati nella puntata di CSI dal titolo Miniature Killer.

Culla

I plastici sono oggi conservati nel dipartimento di medicina legale di Baltimora e sono ancora fondamentali per gli studi di patologia forense. Aspettando il prossimo delitto estivo e i prossimi plastici e criminologi televisivi (chi l’ha detto che questo blog non sia un po’ cinico?) gustiamoci (mai termine fu più volutamente e provocatoriamente sbagliato) le scene del crimine formato bambola fotografate da Corinne May Botz (qui il sito della fotografa).

Se avete tempo qui invece trovate il sito di una studentessa con descrizioni dettagliate dei casi.

Lasciatevi Trans-portare

A pochi giorni dall’EuroPride e dalla bellissima performance canora e oratoria di Lady Gaga mi è venuta in mente una pubblicità avvistata su una rivista (credo fosse Dipiù o qualcosa di analogo) che ho scroccato alla mia vicina di sedile sul treno, qualche giorno fa. La pubblicità è quella di TTTLines, una compagnia di navigazione che collega Napoli a Catania. La pubblicità ha come testimonial un transgender cosa che testimonia (gioco di parole voluto) un bel cambio di prospettiva sul mondo GLBT: una pubblicità peraltro non volgare, non pruriginosa e simpatica quanto il sorriso della testimonial. E poi la pubblicità è l’anima del progresso no ? E se non lo è o non lo è sempre è una potente forma di comunicazione.

Foto della Pubblicità presa da un blog in cui si specifica che il cartellone si trovava di fronte al centro commerciale Euroma2

Quindi, spero di vederne molte pubblicità così, come spero di vedere un altro EuroPride pieno di eterosessuali, famiglie e bambini come quello di sabato scorso. Cosa che ha dimostrato quanto il clima sia cambiato. E’ vero che le aggressioni che hanno fatto cronaca negli ultimi mesi sono da condannare ma si può forse leggere il fenomeno sotto un’altra lente: fanno cronaca le aggressioni perché la comunità GLBT non si nasconde più. Se ci si nasconde non c’è nessuno da aggredire. Il paese reale come sempre è scollato e viaggia più veloce di quei piccoli poveri esegeti di un rifiuto ideologico della contemporaneità, dell’amore e della libertà di essere ciascuno come natura ci ha fatti/e.

Guida pratico-teorica per affrontare la commessa stronza

In uno dei nostri mensili preferiti questo mese si parla di stronze. Si, stronze: colleghe, ex amiche cannibali diventate amiche dei nostri amici e che non ci invitano alle loro uscite e un altro paio di esemplari con cui quasi tutte abbiamo avuto a che fare nella nostra vita. Eppure c’è un tipo di stronza con cui sicuramente tutte abbiamo avuto a che fare almeno una volta: la commessa stronza.

"Non credo che le possa stare bene..."

Della commessa stronza, specie che si annida nei nostri luoghi di elezione, i negozi, ci parla la nostra nuova Razor Cugina Naike Valeriano (trovate una sua breve descrizione qui) una che di moda, e quindi di commesse, se ne intende!

Ecco a voi un approccio teorico e pratico alla commessa stronza.

“Il caldo impazza e la necessità di mettere su vestitini più leggeri si fa sempre più forte. Così un paio di giorni fa ho deciso di entrare in un negozietto di abitini (tanto per aggiungere un altro pezzo al mio guardaroba estivo che campeggia su di uno stand – non ho ancora un armadio), dove mi sono imbattuta nella commessa più stronza che mi sia mai capitato di incontrare.

Avete presente la commessa bionda che in Pretty Woman fa piangere Vivian a Rodeo Drive perché non la ritiene all’altezza di fare acquisti nel suo negozio? Stesso caso, solo che al posto di Julia Roberts c’ero io e  mi trovavo sulla Tiburtina e non a Rodeo Drive. Ah, e non sono neanche una passeggiatrice.

Ora, è cosa risaputa che al mondo esistano commesse stronze. La commessa stronza si può trovare ovunque: in profumeria, al supermercato, dal fioraio, ma è soprattutto nei negozi di abbigliamento, che tende ad annidarsi. Le stronze di quest’ultima schiatta possono, in alcuni casi, realmente minare l’autostima già pari a zero di una donzella, in special modo se detta donzella è in fase premestruale come me in questi giorni.

Il fattaccio si è svolto in circa trenta minuti ed è stato raccapricciante, poiché la commessa in questione ha osato palesare che il vestitino che volevo provare non fosse adatto a me. Una vera stratega, voto 10. Qui, col fumo che mi usciva da naso e orecchie, stanca  di cercare rifugio nelle librerie o peggio ancora nel cibo, perché a volte le commesse dei negozi di abbigliamento mi trattano male,  ho deciso di diventare stronza anche io e di provare non uno, ma tre vestiti, identici, in tre colori diversi. In tempi non sospetti mi sarei consolata con un milk shake al cioccolato!

La lotta all’ultimo vestitino ha richiesto che battibeccassimo un po’, a bassa voce, sfoggiando qua e là sorrisini falsi e scambiandoci sguardi mefistofelici. Io tenevo i vestiti dall’appendiabito e lei li tirava dal lato opposto perché rifiutava di farmeli misurare. “Dia qui” . “Ma sono uguali e comunque è inutile!”. L’avrei strangolata, no credendo nemmeno io a ciò che stava accadendo.

Quante volte ci è capitato di trovare una stronza così? E quante volte ci è capitato di pensare “se fossi io mi comporterei diversamente” o “potrei vendere anche il ghiaccio agli eschimesi”?

Vuoi vedere che me li provo tutti, tutti?

Conscia che esistano anche addette alla vendita brave e professionali, ma pur tuttavia fresca di scontro, a pochi giorni dall’arrivo del ciclo (sul depresso andante) e last but not least, cliente esperta (o perlomeno convinta di esserlo) di psicologia della vendita, questa mattina ho deciso che avrei scritto una mini-guida per far fronte a questa piaga che, di tanto in tanto mi affligge in quanto amante dello shopping.  Chissà che non torni utile ad altre malcapitate.

Sono pochi, gli accorgimenti utili per riconoscere una commessa stronza. Ecco qui quattro piccoli step:

1) Entri in un negozio e lei quasi quasi neanche ti saluta. Sta con le braccia dietro la schiena e si aggira per il negozio con fare sospettoso. Attenzione, potrebbe essere lei.

2) Ti appropinqui ai vestitini e in men che non si dica te la ritrovi col fiato sul collo. Si dice siano dotate di propulsori speciali che si attivano non appena tu, cliente, sfiori un capo. Ti chiede due o tre volte di seguito: “Le serve qualcosa?” oppure: “Visto qualcosa?” e tu rispondi con la coda tra le gambe: “no grazie, do solo un’occhiata”.

3)Ti trattieni qualche minuto su di un capo e lei ti fa i raggi x, ma non ti incoraggia a provarlo perché tu, non le sei simpatica. Così vai al prossimo.

4) A questo punto ti compare una X rossa e gigante sul corpo: lei ti ha schedata. Quindi hai due opzioni: puoi andare via gambe in spalla, oppure rimanere ancora e cercare qualcosa di interessante da misurare, anche se a quel punto ti è già passata la voglia di fare acquisti.

Se scegli la prima opzione, non preoccuparti, magari la prossima volta riuscirai ad affrontarla, la stronza (magari leggendo questa mini-guida). Nel secondo caso, invece, sei una battagliera e hai appena deciso di scendere in trincea. In soldoni: diventi stronza anche tu, e che soddisfazione!

La rivincita Sulle Stronze

Ecco come: inutile dire che i vestitini (li indossavo meravigliosamente, tie’ ), dopo averli provati ed essermi intrattenuta nel camerino più del normale – orologio alla mano mentre lei, fuori, misurava il pavimento a grandi falcate –  non li ho presi punto. Si chiama dispetto. Soffrirò anche di sindrome premestruale, mi sentirò bruttissima, gonfia, pallida, opaca come un merluzzo al vapore, avrò bisogno di mille conferme per pompare il mio ego. Ma giammai, permetterò a una stronza di mettermi i piedi in testa. In più, la miglior vendetta verso la commessa stronza credo consista nel cercare altrove ciò che lei non è capace di vendere. Il peggio è il suo. E poi, le vie dello shopping sono infinite…”

(Naike Valeriano)

10 cose che non sapevate sull’orgasmo

Si intitola così l’intervento di Mary Roach, autrice di “Godere” (Einaudi), alla conferenza TED del 2009.

Un intervento brillante e ricco di humour che prende spunto da vari  e più o meno oscuri studi scientifici sull’orgasmo. Insomma la Roach in azione è una conferenziera irresistibile che sa ben ritrarre la difficoltà che la scienza ha incontrato nel capire i meccanismi di quel mistero chiamato orgasmo. Considerate, ad esempio, che un orgasmo è inducibile anche bei cadaveri e immaginate il resto.

Se l’intervento fosse stato fatto oggi probabilmente la scrittrice e divulgatrice statunitense avrebbe aggiunto un undicesima cosa, sebbene non sia poi così sconosciuta visto che la notizia ha fatto il giro del mondo. Ana Catarina Silvares Bezerra, contabile brasiliana 36enne, ha vinto la sua battaglia legale. Affetta da “sindrome da eccitazione genitale persistente” che la costringe a masturbarsi fino a 40 volte al giorno, la donna ha ottenuto dal tribunale di poter avere sul lavoro una pausa di 15 minuti ogni due ore per masturbarsi. Qui la news. La sentenza è shock anche perché riconosce l’esistenza della PSAD (Persistent sexual arousal disorder). Una cosa che a leggerla qualche tempo fa sarebbe sembrata una notizia a metà tra rarissimi casi medici e leggenda metropolitana. L’orgasmo, a volte, non è tutto questo divertimento.

http://www.beautifulagony.com (tanto per entrare nel "vivo" dell'argomento)