Relazioni complicate: il gatto mi capisce meglio di te?

Andare al cinema a vedere film trash mangiando cibo trash non è mai una bella idea. Ieri sera ho mangiato galletto fritto, patate fritte e anelli di cipolla fritti e poi ho visto Il Rito film che ha per protagonista un seminarista che viene spedito a Roma per diventare esorcista. Le cose maggiormente degne di nota nel film sono, a mio parere, due: la tendenza americana a dipingere gli italiani come selvaggi metropolitani (modello scippo con il motorino) e il numero imprecisato di gatti presenti.

Ovviamente stanotte ho  avuto gli incubi e ho sognato tutta una serie di animali che tentavano di sedurmi. Mi sono svegliata confusa: il demonio tentatore viene raffigurato come una capra, l’uomo definito un gallo (nel pollaio), il pene uccello e la vagina micia. Solo una cosa mi sembra chiara: deve esistere un legame tra regno animale e seduzione. Quindi stamattina, appena alzata, ho cercato notizie in merito e ne ho trovate due abbastanza fresche. La prima riguarda i gatti che, per rimanere in tema di diavolerie, erano già gli animali da compagnia preferiti dalle streghe.

 

E dai cani

Un gruppo di ricercatori dell’ Università di Vienna, guidati dal Dott. Kurt Kotrschal della Konrad Lorenz Research Station, ha video-documentato e analizzato il comportamento di 41 coppie gatto (maschi e femmine) – padrone (uomini e donne) per un periodo di tempo piuttosto lungo. Dall’osservazione e lo studio di questi comportamenti è emerso che, sebbene i gatti siano ben disposti verso il contatto sociale in generale, la preferenza per le donne è netta ovvero l’emissione di fusa o miagolii è tre volte maggiore che verso gli  uomini. L’articolo intero (per chi fosse interessato) è qui.

La cosa simpatica è che il gatto metterebbe in atto tutta una serie di tecniche di seduzione. Gatto e padrona sviluppano infatti “una serie di complessi rituali” secondo quanto si legge nello studio, “che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche”: ciò vuol dire che il gatto impara a conoscere e capire la sua padrona, e questo gli consente in alcune occasioni di persuaderla per i suoi scopi. Diavolo di un gatto!

La seconda notizia riguarda invece il rapporto tra cani e uomini. Come si suol dire, “Il cane è il migliore amico dell’uomo” (in questo blog si riconosce alla frase una valenza universale ma per i nostri biechi scopi rasoiamo tutta l’altra metà del cielo) ma a quanto pare “l’uomo è il miglior amico del cane” e per un motivo preciso: nel corso dei secoli Egli (l’uomo) ha tentato di sfruttare il secondo animale domestico per eccellenza (il primo è il maiale, non lo sapevate?) per sedurre le donne.

Aveva provato a sostituirlo prima con una clava, poi con una macchina di grossa cilindrata e, ultimamente, con l’I-phone ma, a quanto pare, secondo un sondaggio, svolto dal sito statunitense Retrevo.com su un campione di 1.000 donne, solo il 36% rimane colpito da un uomo “tecnologico” mentre la maggior parte trova più interessante un uomo che porta a spasso un cane.

Diciamo pure che la lettura di queste notizie non ha dissipato molto la mia confusione iniziale, anzi mi lascia con dei quesiti che rivolgiamo anche a voi.

È possibile che dalla ricerca sui gatti di cui sopra emerga finalmente la prova empirica indiretta che l’essere umano di sesso maschile (non ce ne vogliate, vi accettiamo lo stesso, con tutti i vostri limiti) sia meno capace persino del gatto di instaurare con una donna tutta quella “serie di complessi rituali che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche” (cit.) o che abbia bisogno di un cane per farlo?

Ma se così è, dobbiamo aspettarci un’invasione di uomini che portano a spasso cani? Ciò vuol dire che dobbiamo aspettarci un incremento del numero di cacche che dimorano indisturbate sui nostri marciapiede e che rischiamo di calpestare con i nostri sandali preferiti? O, nella migliore delle ipotesi, portarci a casa un uomo pieno di peli, che puzza di cane e che prima o poi ci chiederà di portare la dolce creatura a fare pipì la mattina presto o la notte tardi con qualunque clima e temperatura?

No, grazie.

Sarà per questo che La Santa Inquisizione ha messo al rogo migliaia di streghe insieme ai loro poveri mici: erano solo donne che si rifiutavano di portare a spasso un cane.

 

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La vagina perfetta

Leggo su uno dei miei magazine femminili preferiti di una tipa che si è sottoposta a un’operazione di chirurgia estetica nelle parti basse e afferma: “Ora ho davvero una vagina perfetta.” Si, proprio così “una vagina perfetta”. Immaginatevi la mia faccia a forma di punto interrogativo.

Non è da oggi che si parla di chirurgia estetica dei genitali. Semplicemente il concetto è arrivato anche da noi, insieme alla ricostruzione dell’imene, le iniezioni di collagene per ispessire il punto G e lo sbiancamento dell’ano, operazione a quanto pare gettonata dalle pornostar. Eppure davanti alla “vagina perfetta” rimango confusa. Forse perché,  ingenuamente, pensavo che una delle cose belle della vagina è che potesse essere libera di apparire un po’ “alla come viene”. Esattamente come succede per il pene. E invece no, ne esiste una perfetta il che implica, ed è questa la cosa che più mi lascia perplessa, che ci sia un modello a cui aspirare. Sempre sullo stesso giornale l’esperto di chirurgia dei genitali Jamal Sahli afferma che la mitologica vagina perfetta “ha un colorito roseo, la pelle elastica, un buon odore, nessuna ruga, pochi peli”. Cos’è, un organo genitale o un bebé?

Fatto sta che alla ricerca di questo novello Sacro Graal, sempre più  donne, spesso ragazze, si sottopongono davvero a inquietanti operazioni chirurgiche perché non si sentono perfette, tanto meno là sotto. Sull’argomento esiste un fantastico documentario inglese del 2008 intitolato per l’appunto, The perfect vagina. L’autrice Lisa Rogers si interroga sul crescente fenomeno di questo tipo di chirurgia estetica in un modo fresco e diretto, mettendosi in gioco in prima persona. Per venirne a capo interroga gli amici e la madre, incontra donne che si vogliono operare, chirurghi estetici e un artista che realizza opere con il calco della vulva di donne normali (nella foto). Si sottopone a tutte le esperienze fino al gruppo di autocoscienza femminile in cui ci si osserva reciprocamente tra le cosce.  Segue in sala operatoria una ragazza che si opera perché è complessata. L’idea finale è, indovinate un po’, che ogni vagina è diversa e va bene così. Consigliatissimo. Anzi no, sconsigliato solo a chi ha il cuore debole: dell’operazione chirurgica non viene nascosto nulla.

(il documentario è diviso in 4 parti e passa un minuto tra una parte e l’altra)

My name is Bond, Jane Bond

Si sarà anche detto che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, ma su questo pianeta dovremmo essere tutti uguali.
Equals? è un’iniziativa promossa da un insieme di associazioni e ONG per denunciare la disuguaglianza tra i sessi. Non solo nel Terzo Mondo ma nella teoricamente civile Inghilterra, dove in media due donne a settimana sono vittime di omicidio commesso dal loro stesso partner. Non risulta che la stessa percentuale valga per gli uomini.

Daniel Craig, che di mestiere presta il volto a uno dei simboli massimi del machismo, fa da testimonial alla campagna in questo video commemorativo della Giornata Internazionale della Donna.

Nel video, la speaker fa ironicamente notare la disuguaglianza tra i modi in cui la società tende a giudicare il comportamento promiscuo maschile e femminile. Il che ci fa pensare.
E se 007 fosse una donna, che oltre a ordinare Martini agitati e non mescolati si porta a letto una lunga lista di fotomodelli a cui i cattivi sparano nei primi 20 minuti di film? Nel 2011, probabilmente l’unica ad accettare l’idea sarebbe l’industria del porno.

L’iniziativa va molto oltre il festeggiare l’8 marzo ed è permanente. Dal finanziare gli studi di bambine africane all’impegnarsi al contare quanti culi mostra quotidianamente MTV, il sito di Equals? offre diversi spunti e suggerimenti per chi vuole essere coinvolta, o coinvolto, nella campagna.

Memento mori … Però puoi ancora far parte di Fb.

Come avrete notato, su questo blog  si parla spesso di tabù: dalla ricerca di un nome alternativo all’accademico e freddino cunnilungus … alla misandria.  Molto più spesso parliamo di social network. Bene oggi parliamo di uno dei grandi tabù della nostra epoca, la morte, e di social network. No, i social network non stanno morendo, anche se un pò ci stanno portando alla follia. Eppure, mentre il social network continua a godere di ottima salute … La gente continua, ahimè, a morire.

Per lungo tempo, nella nostra immane ignoranza, ci siamo interrogati su dove andassero a finire i cinesi morti (e qui ve lo spiegano). Nessuno si è mai chiesto dove vanno a finire i profili facebook dei defunti?

Bene, IL social network ha pensato anche a come risolvere questo problema. Mentre gli utenti di Fb “celebrano” e “ricordano” (con intenti sicuramente lodevoli)  in continuazione la morte, ma probabilmente senza rendersene conto, con la pubblicazione di link in memoria di innocenti ragazzine assassinate e costruendo loro profili falsi (una pratica che io non condivido), i gestori si attivano per risolvere quello che effettivamente potrebbe essere un problema.

Per esempio, e sottolineo per esempio,  a me non piacerebbe (ovviamente) morire di incidente dovuto ad abuso di alcol e riposare in pace con una foto del profilo come questa (in realtà più per l’ improbabile look):

Ma a parte gli scherzi, dato che facebook non può accorgersi della morte di un suo utente ha predisposto una sezione in cui si spiega cosa fare: http://www.facebook.com/help/?page=842 .

La cosa chiara è che nel caso in cui familiari o amici volessero continuare a ricordare il defunto su FB il suo profilo potrà essere  memorialized mentre nel caso in cui (molto più saggio oserei dire) si volesse cancellare il suddetto profilo un parente deve farne esplicita richiesta compilando un modulo (in cui si richiede di allegare il certificato di morte).

A me rimangono dei dubbi e una certezza. Dubbi riguardo ad una procedura che, tutta virtuale, potrebbe essere, per così dire, non proprio trasparente e certezza sul fatto che qualcuno potrebbe divertirsi a creare profili commemorativi per persone ancora vive e vegete (e poi vai a dimostrare che non sei morto perché come dice fb: “Se non riesci ad accedere al tuo account personale perché è in stato commemorativo, clicca qui. Tieni presente che noi siamo in grado di concederti l’accesso a questo account solo se riusciamo a verificare che sei realmente l’utente indicato nell’account”).

In ogni caso ci auguriamo, se proprio dobbiamo, di utilizzare la sezione il più tardi possibile, perché è chiaro che in questo caso “mai” non si può dire “mai”.