Hello Kitty bang bang

Ecco la quadratura del cerchio: Hello Kitty incontra le armi da fuoco. Orrore al quadrato. La pistola – vera – con la famosa gattina è una delle tante creazioni customizzate in vendita su un sito americano (sebbene ora non sia più in produzione). L’Hello Kitty Gun non è autorizzata dalla Sanrio che è licenziataria del marchio ma fà parte di una nuova tendenza, quella di rendere girlie le armi da fuoco per attirare il target femminile. Se ne parla più approfonditamente in questo recente articolo del Dailymail. Sembra infatti che negli Stati Uniti, nonostante le battaglie delle associazioni contro le armi, l’83% in più di donne abbia acquistato una pistola per difesa personale. Morireste più contenti se vi sparassero con questo “gioiellino”?

Hello Kitty non è nuova agli abbinamenti scioccanti. La sua popolarità è tale che la si trova, ahinoi, davvero dappertutto. Per esempio, per quanto brutto come il peggiore dei vostri incubi, questo vestito da sposa potrebbe ancora avere un senso.

Ma nell’Hello Kitty burqa che senso possiamo trovare?

(via Hello Kitty Hell)

Il senso delle mutande

La figura del sociologo è complessa. Talmente tanto complessa che la maggior parte delle persone non ha la più pallida idea di cosa sia e cosa faccia. Fatto sta che tutto quello che ci gira intorno, il mondo, riflette, in un continuo gioco di rimandi, quello che siamo diventati e quello che, forse, diventeremo.

Pensate che la musica sia solo un passatempo? Ovvio che così non è: la musica è un potente mezzo di comunicazione, veicolo di contestazioni, rivolte, momento di aggregazione, coagulo di emozioni, rito, industria e, quindi, motore di una bella fetta di economia.

E così anche le mutande. Solo un utile indumento per contenere e per proteggere parti altrimenti sensibili? 

Niente affatto. La mutanda racconta la storia del costume (non quello da bagno), dell’uomo e della cultura non meno di un saggio di economia politica. Negli ultimi tempi la mutanda (e, soprattutto, il procedimento della denudazione ) può raccontarci molto. Se n’è accorto anche Yamamay, il palindromo marchio di lingerie che ha chiesto ad un sociologo (devo dire, non proprio tra i miei preferiti) di scrivere d’amore per la sua nuova campagna pubblicitaria. Scrivere d’amore e non diffondere fotografie che sviliscono l’immagine della donna (il dibattito continua e si infiamma).

Afferma il professor Alberoni: “Una scelta di non volgarità” e aggiunge “in un momento in cui è proprio questa a spopolare sui media e tra i (divani-letto dei) salotti di una politica sempre più macchiata da squallida ipocrisia”.

Sarà, ma sulle riviste e nel web (qui il sito ufficiale), accanto a queste parole, si vedono le immagini della nuova campagna pubblicitaria della Yamamay:

E’ vero, le immagini non sono volgari (secondo il senso comune). Ma che ne dite di queste giovani Lolite in fiore esaltate da un sociologo ottant (adue) enne? (E che ne dite che sarebbe ora di far parlare d’amore all’Italia quelli più giovani?)

 

Shoe porno

Blow

XXX Pump

“Shoe porno” è il titoletto di una rubrica che utilizza qualche blog in giro per la rete  per indicare quelle scarpe che ci fanno letteralmente sbavare (numerose, lo sappiamo). Altra cosa sono queste porno shoes piuttosto esplicite realizzate da Kobi Levi. Devo dire che, pur essendo mediamente vittima della pazzia delle donne di Elioelestorietesiana memoria e dunque divertendomi ad ammirare le novità in fatto di scarpe, difficilmente ho trovato delle calzature più fantasiose e ironiche di quelle create dal giovane designer israeliano. Come le stiletto con il tacco a gomma da masticare pestata.

Chewing gum

O le peep toe a scivolo

Slide

I sandali infradito a fionda

Slingshot

E l’ineffabile sabot-carrello della spesa

Market Trolley

Per non parlare poi di tutte le décolleté a forma di animali (tucani, cigni, gatti, cani, ecc) che potete trovare nel blog di Kobi. Alcune non so neanche come si possano indossare e tanto più camminarci. Ma che importa? Nel (shoe) porno possiamo desiderare anche l’impossibile.

Bloody Barbie

The awkward moment when Barbie goes to suck Kens non existent dick

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ken Carson ha compiuto ben 50 anni (l’11 marzo scorso, se vi fosse sfuggito) e con l’occasione del compleanno di Ken diamo uno sguardo al variegato mondo Barbie. Perché, che lo sappiate o meno, dietro la bambola più venduta al mondo e oltre alle sue lunghe gambe di plastica c’è di più.

Di Barbie si sono dette, negli anni, molte cose e il suo nome ha spesso assunto il significato dispregiativo di ragazza di bell’aspetto ma priva di spessore e sostanzialmente stupida. Negli anni ‘90 una delle Top model che hanno fatto la storia della categoria, Claudia Schiffer, veniva definita la “vera barbie” da Ellen Von Unwerth con tanto di consacrazione sul numero di Vogue Italia del luglio 1994.

Pochi anni dopo, una canzone intitolata Barbie Girl (1997), unico successo della folgorante (meteora) band svedese Aqua, diventava ufficialmente una critica e presa in giro del modello di donna incarnato da Barbie. Nel film Mean Girls (2004), Barbie diventa sinonimo di ragazza popolare e, come dice il titolo, cattiva. Ma soprattutto, il film legittima e critica il tipo “alla Barbie” come modello cui tendere. La protagonista, Cady afferma, riferendosi ad una delle ragazze più popolari della scuola: “Regina è come la Barbie che ho sempre desiderato, non ho mai visto nessuna così….Barbie!”

Claudia Schiffer

Nel corso degli anni si è detto che la Barbie, grazie alla serie di professioni e ruoli impersonati, fosse un modello positivo per le bambine e che queste ultime attivassero un processo di identificazione con la bambola facendole ricoprire tutti i ruoli desiderati. Però, la peculiarità di Barbie, come afferma Marianne Debouzy in “La bambola Barbie” è che essa è un tipo di bambola diversa dalle altre perché il suo aspetto fisico non inganna nessuno, così come l’universo che le si è costruito intorno nel corso degli anni e che le conferisce un’identità adulta (il perenne fidanzamento con Ken, per esempio). Sorge allora il problema del rapporto tra la bambina e la bambola, perché la bambina non assume più il ruolo di madre, ma quello di donna. Il punto è: quale tipo di donna? L’oggetto interessante allora diventa non la Barbie bensì il rapporto tra la Barbie e il target, le piccole consumatrici.  Ma non bisogna mai sottovalutare il potere della fantasia.

Non so chi di voi abbia odiato la propria Barbie. Fatto sta che personalmente, e anche molte delle mie amiche, abbiamo provato a modificarla rendendola più vicina al nostro immaginario. Io le cucivo i vestiti e, in pieno boom dell’ Hair Metal, alla metà degli anni ’80, ho creato (pentendomene) un sacco di improbabili acconciature fluo per le mie Barbie. E credo che tutte/i ne abbiano decapitato una. Forse qualcuno dovrebbe interessarsi più a fondo della questione, ma è sicuro che quella che è una tendenza che era viva già nelle bimbe è diventata anche una specie di divertissement per adulti.

Da un po’ di tempo girano sul web una serie di foto che ritraggono la Barbie in ruoli inconsueti, fondamentalmente nel ruolo di assassina del compagno (strano che non esista un termine per definire la donna che uccide il proprio compagno) o dei propri familiari, ma soprattutto molte foto di una Barbie martorizzata. Perché vengono perpetrate delle violenze sul corpo della Barbie? Nel dicembre 2005 la dottoressa Agnes Nairn dell’Università di Bath in Inghilterra, ha pubblicato i risultati di una ricerca nella quale si rileva che le bambine spesso passano per una fase di odio verso le proprie Barbie, facendole diventare oggetto di diversi tipi di punizione, fra cui la decapitazione o il metterle nel forno a microonde (per chi fosse interessato cliccare qui).

 

Le ragioni addotte nelle interviste fanno emergere una serie di spiegazioni che hanno radici nel ricco universo simbolico di Barbie. L’analisi dei commenti dei bambini indicano che Barbie è odiata proprio perché rappresenta un tipo di donna finta e una icona femminile (unfashionable e plastic sono due dei termini usati) il che getta un’ un’ombra scura e inquietante sull’immaginario collettivo legato alla Barbie: tanto è esclusivamente rosa l’universo di Barbie, tanto si tinge di nero quello dei suoi aguzzini. Nel Bene, ma soprattutto nel Male, la Barbie continua ad essere uno dei simboli pop più controversi.

Etero in Drag, la classifica

Vedere un uomo dall’aspetto inequivocabilmente maschile vestito da donna provoca in noi un effetto simile alla buccia di banana. Ci fa ridere e provare immediata simpatia per il coraggioso Adone.

Ispirate dal video di Daniel Craig e in onore a codesti notevoli pezzi d’uomo, ecco la nostra classifica dei Migliori Etero in Drag.

1) Gael Garcia Bernal in La Mala Educacion

Un tronco di gnocco totale ed assoluto (disclaimer: opinione personale di Susana) in qualsiasi abito, trucco o parrucca.

2) Il compianto Patrick Swayze in A Wong Foo, Grazie di Tutto! Julie Newmar


Nessuno può mettere Patrick in un angolo. In più una menzione onorevole a Wesley Snipes e John Leguiziamo, per aver mandato a quel paese il machismo delle comunità afroamericana e portoricana in questo tenero film da popcorn.

3) James Franco by Terry Richardson

James, le prossime 127 ore le puoi anche trascorerre a casa nostra. Con entrambe le braccia, please.

4) Cillian Murphy in Breakfast on Pluto

La bellezza eterea (nonché vagamente anoressica) dell’attore irlandese diventa quasi ipnotica con l’aiuto di un paio di ciglia finte e un velo di rossetto.

5) Glee può piacere o meno, ma Finn (Cory Monteith) vestito da Lady Gaga non può restare fuori da questa lista.

6) Jude Law in Rage

Il primo film ad aver debuttato direttamente su telefoni mobili ci ha regalato anche questa chicca. Secondo noi, è più sexy di Sienna Miller.

7) Gérard Depardieu in Lui Portava i Tacchi a Spillo

(disclaimer 2: l’autrice non ha visto il film) Depardieu qui è adorabilmente inguardabile.

8 ) Jack Lemmon e Tony Curtis in A Qualcuno Piace Caldo.

Perché nessuno è perfetto.

Relazioni complicate: il gatto mi capisce meglio di te?

Andare al cinema a vedere film trash mangiando cibo trash non è mai una bella idea. Ieri sera ho mangiato galletto fritto, patate fritte e anelli di cipolla fritti e poi ho visto Il Rito film che ha per protagonista un seminarista che viene spedito a Roma per diventare esorcista. Le cose maggiormente degne di nota nel film sono, a mio parere, due: la tendenza americana a dipingere gli italiani come selvaggi metropolitani (modello scippo con il motorino) e il numero imprecisato di gatti presenti.

Ovviamente stanotte ho  avuto gli incubi e ho sognato tutta una serie di animali che tentavano di sedurmi. Mi sono svegliata confusa: il demonio tentatore viene raffigurato come una capra, l’uomo definito un gallo (nel pollaio), il pene uccello e la vagina micia. Solo una cosa mi sembra chiara: deve esistere un legame tra regno animale e seduzione. Quindi stamattina, appena alzata, ho cercato notizie in merito e ne ho trovate due abbastanza fresche. La prima riguarda i gatti che, per rimanere in tema di diavolerie, erano già gli animali da compagnia preferiti dalle streghe.

 

E dai cani

Un gruppo di ricercatori dell’ Università di Vienna, guidati dal Dott. Kurt Kotrschal della Konrad Lorenz Research Station, ha video-documentato e analizzato il comportamento di 41 coppie gatto (maschi e femmine) – padrone (uomini e donne) per un periodo di tempo piuttosto lungo. Dall’osservazione e lo studio di questi comportamenti è emerso che, sebbene i gatti siano ben disposti verso il contatto sociale in generale, la preferenza per le donne è netta ovvero l’emissione di fusa o miagolii è tre volte maggiore che verso gli  uomini. L’articolo intero (per chi fosse interessato) è qui.

La cosa simpatica è che il gatto metterebbe in atto tutta una serie di tecniche di seduzione. Gatto e padrona sviluppano infatti “una serie di complessi rituali” secondo quanto si legge nello studio, “che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche”: ciò vuol dire che il gatto impara a conoscere e capire la sua padrona, e questo gli consente in alcune occasioni di persuaderla per i suoi scopi. Diavolo di un gatto!

La seconda notizia riguarda invece il rapporto tra cani e uomini. Come si suol dire, “Il cane è il migliore amico dell’uomo” (in questo blog si riconosce alla frase una valenza universale ma per i nostri biechi scopi rasoiamo tutta l’altra metà del cielo) ma a quanto pare “l’uomo è il miglior amico del cane” e per un motivo preciso: nel corso dei secoli Egli (l’uomo) ha tentato di sfruttare il secondo animale domestico per eccellenza (il primo è il maiale, non lo sapevate?) per sedurre le donne.

Aveva provato a sostituirlo prima con una clava, poi con una macchina di grossa cilindrata e, ultimamente, con l’I-phone ma, a quanto pare, secondo un sondaggio, svolto dal sito statunitense Retrevo.com su un campione di 1.000 donne, solo il 36% rimane colpito da un uomo “tecnologico” mentre la maggior parte trova più interessante un uomo che porta a spasso un cane.

Diciamo pure che la lettura di queste notizie non ha dissipato molto la mia confusione iniziale, anzi mi lascia con dei quesiti che rivolgiamo anche a voi.

È possibile che dalla ricerca sui gatti di cui sopra emerga finalmente la prova empirica indiretta che l’essere umano di sesso maschile (non ce ne vogliate, vi accettiamo lo stesso, con tutti i vostri limiti) sia meno capace persino del gatto di instaurare con una donna tutta quella “serie di complessi rituali che prevedono la comprensione dei bisogni e delle inclinazioni reciproche” (cit.) o che abbia bisogno di un cane per farlo?

Ma se così è, dobbiamo aspettarci un’invasione di uomini che portano a spasso cani? Ciò vuol dire che dobbiamo aspettarci un incremento del numero di cacche che dimorano indisturbate sui nostri marciapiede e che rischiamo di calpestare con i nostri sandali preferiti? O, nella migliore delle ipotesi, portarci a casa un uomo pieno di peli, che puzza di cane e che prima o poi ci chiederà di portare la dolce creatura a fare pipì la mattina presto o la notte tardi con qualunque clima e temperatura?

No, grazie.

Sarà per questo che La Santa Inquisizione ha messo al rogo migliaia di streghe insieme ai loro poveri mici: erano solo donne che si rifiutavano di portare a spasso un cane.

 

La vagina perfetta

Leggo su uno dei miei magazine femminili preferiti di una tipa che si è sottoposta a un’operazione di chirurgia estetica nelle parti basse e afferma: “Ora ho davvero una vagina perfetta.” Si, proprio così “una vagina perfetta”. Immaginatevi la mia faccia a forma di punto interrogativo.

Non è da oggi che si parla di chirurgia estetica dei genitali. Semplicemente il concetto è arrivato anche da noi, insieme alla ricostruzione dell’imene, le iniezioni di collagene per ispessire il punto G e lo sbiancamento dell’ano, operazione a quanto pare gettonata dalle pornostar. Eppure davanti alla “vagina perfetta” rimango confusa. Forse perché,  ingenuamente, pensavo che una delle cose belle della vagina è che potesse essere libera di apparire un po’ “alla come viene”. Esattamente come succede per il pene. E invece no, ne esiste una perfetta il che implica, ed è questa la cosa che più mi lascia perplessa, che ci sia un modello a cui aspirare. Sempre sullo stesso giornale l’esperto di chirurgia dei genitali Jamal Sahli afferma che la mitologica vagina perfetta “ha un colorito roseo, la pelle elastica, un buon odore, nessuna ruga, pochi peli”. Cos’è, un organo genitale o un bebé?

Fatto sta che alla ricerca di questo novello Sacro Graal, sempre più  donne, spesso ragazze, si sottopongono davvero a inquietanti operazioni chirurgiche perché non si sentono perfette, tanto meno là sotto. Sull’argomento esiste un fantastico documentario inglese del 2008 intitolato per l’appunto, The perfect vagina. L’autrice Lisa Rogers si interroga sul crescente fenomeno di questo tipo di chirurgia estetica in un modo fresco e diretto, mettendosi in gioco in prima persona. Per venirne a capo interroga gli amici e la madre, incontra donne che si vogliono operare, chirurghi estetici e un artista che realizza opere con il calco della vulva di donne normali (nella foto). Si sottopone a tutte le esperienze fino al gruppo di autocoscienza femminile in cui ci si osserva reciprocamente tra le cosce.  Segue in sala operatoria una ragazza che si opera perché è complessata. L’idea finale è, indovinate un po’, che ogni vagina è diversa e va bene così. Consigliatissimo. Anzi no, sconsigliato solo a chi ha il cuore debole: dell’operazione chirurgica non viene nascosto nulla.

(il documentario è diviso in 4 parti e passa un minuto tra una parte e l’altra)

My name is Bond, Jane Bond

Si sarà anche detto che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, ma su questo pianeta dovremmo essere tutti uguali.
Equals? è un’iniziativa promossa da un insieme di associazioni e ONG per denunciare la disuguaglianza tra i sessi. Non solo nel Terzo Mondo ma nella teoricamente civile Inghilterra, dove in media due donne a settimana sono vittime di omicidio commesso dal loro stesso partner. Non risulta che la stessa percentuale valga per gli uomini.

Daniel Craig, che di mestiere presta il volto a uno dei simboli massimi del machismo, fa da testimonial alla campagna in questo video commemorativo della Giornata Internazionale della Donna.

Nel video, la speaker fa ironicamente notare la disuguaglianza tra i modi in cui la società tende a giudicare il comportamento promiscuo maschile e femminile. Il che ci fa pensare.
E se 007 fosse una donna, che oltre a ordinare Martini agitati e non mescolati si porta a letto una lunga lista di fotomodelli a cui i cattivi sparano nei primi 20 minuti di film? Nel 2011, probabilmente l’unica ad accettare l’idea sarebbe l’industria del porno.

L’iniziativa va molto oltre il festeggiare l’8 marzo ed è permanente. Dal finanziare gli studi di bambine africane all’impegnarsi al contare quanti culi mostra quotidianamente MTV, il sito di Equals? offre diversi spunti e suggerimenti per chi vuole essere coinvolta, o coinvolto, nella campagna.