Sarandon e Robbins: c’eravamo tanto amati

A sorpresa si separa una delle coppie più in gamba di Hollywood. Susan, Tim: questo non dovevate farcelo. Intanto si mormora che lei (63 anni) frequenti un trentunenne appassionato di ping pong. Che i 51 anni di Tim cominciassero a pesarle?!

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Pong: l’alleato segreto delle donne

Pong, inventato nel 1972, fu il primo videogioco che creò isteria nelle masse tanto che, si dice, negli Stati Uniti portò addirittura a una momentanea mancanza di monetine. Ora il suo creatore, allora ventenne, sostiene che Pong fu anche uno strumento fondamentale del femminismo perché: “La donna media poteva battere l’uomo medio. E nei bar dove c’era il videogioco si era creato questo sistema per cui era normale che una donna sfidasse un uomo a Pong.” Uhm… magari le femministe di allora non si erano rese conto che invece di sbattersi tanto potevano semplicemente andare a farsi una partita di Pong. Comunque la storia del successo di questo videogioco di culto è divertente e la potete leggere qui.

Riot girrrls on wheels!

Nell’arena di una palestra di Manhattam l’atmosfera è rovente. La musica di Iggy Pop suona forte. Sta per iniziare una partita di Roller Derby: cattive ragazze su pattini a quattro ruote, rigorosamente no rollerblades, vestite con uniformi che strizzano l’occhio al vintage, ricoperte di tatuaggi e calze a rete stanno per sfidarsi in una gara di velocità e resistenza tutta al femminile. E’ questo sport esclusivamente femminile il nuovo hype americano. Questa sera giocano le nerovestite Queens of Pain contro le marinarette Brooklyn Bombshells. Sono due delle squadre della Gotham Girls Roller Derby League di New York. Le altre squadre si chiamano Bronx Gridlock, Manhattam Mayhem e Wall St. Traitors. Cominciate a capire lo spirito? Sugli spalti il pubblico è tra i più variegati: giovani uomini attratti dalle ragazze tutta grinta, amici e parenti pronti a sventolare cartelli casalinghi, cacciatori di mode, semplici amanti dello sport, curiosi e anche bambine che hanno già scelto la loro role-model. E non si tratta di Barbie. Un occhio al sito e si legge che: “la Gotham Girls Roller Derby, fondata nel 2003 e attiva dal 2004, è la lega di Roller Derby femminile, completamente autogestita della città di New York. La Lega è formata da donne forti, diverse e indipendenti che provengono dalla città più grande e cattiva del mondo.” Sembra un film di Quentin Tarantino, se non fosse che qui nulla è immaginato da uomini. Nato intorno al 1920 e poi immortalato con un certo successo (ma anche una certa libertà) nello sci-fi anni ’70 Rollerball, il Derby su pattini da allora è ridisceso velocemente nell’underground. Fino ai giorni nostri, quando un manipolo di riot girrrl l’ha fatto rinascere cavalcando l’onda del post-femminismo. Ma ritorniamo nell’arena: le regole del gioco sono poche ma ferree e, nonostante questo, non mancano i colpi bassi. Su una pista ovale le due squadre giocano a sorpassarsi. Le manches sono flash di adrenalina, la velocità fa perdere facilmente l’equilibrio in curva, i gomiti si alzano, le spalle si scontrano. Tutto intorno si anima un circo colorato. Al lato della pista gli arbitri, unici maschi, in casacca a strisce nere e bianche, gli occhiali da nerd e carpe colorate sugli avambracci, fischiano le infrazioni.  In fondo alla palestra ecco le Jeerleaders, versione mutante delle cheerleaders. Sostengono la squadra con balletti ammiccanti, vestiti esuberanti rubati al burlesque e fisici per niente tonici. Ma le roller girls sono tipe serie: arrivano ad allenarsi anche dodici ore a settimana e ci tengono a prendere le distanze dal baraccone del wrestling. Scegliere il Roller Derby vuol dire giocare con se stesse e con i ruoli. Prendere un nick, fare parte di una gang e diventare una guerriera. Mettersi alla prova continuamente. Non c’è una tipologia di pattinatrice e ogni diversità è accolta nello stesso modo disinvolto e ironico. Questa scena è stata raccontata da Drew Barrymore nel suo primo film da regista, Whip It!, la storia di una reginetta di bellezza controvoglia (Ellen Page) che trova una nuova e inedita dimensione nella sorellanza sui pattini. La rivoluzione arriva correndo!

Il puttano e la pappona

Ray (Thomas Jane) e Tanya (Jane Adams)

Cosa avrà questo nuovo telefilm, Hung, perché tutti ne parlano? Ok, vediamolo. Divorato. Dieci episodi, andati in onda tra l’estate e l’autunno scorso dulla rete HBO. Una storia che sembra solo una trovata divertente – un allenatore di basket in serie difficoltà economiche decide di far fruttare il suo grosso coso prostituendosi per sbarcare il lunario  – ma che fin da subito mostra una complessità di tutto rispetto. C’è l’America che se ne va a puttane (in senso lato), con la crisi che tocca ogni fascia sociale. Ray, il nostro eroe, certo, ma anche il marito dermatologo dell’ex moglie. E insieme alle basi del capitalismo si sgretolano certezze, scenari, relazioni e sentimenti. In questo Hung, slang per “ben accessoriato”, è un telefilm corale, dove tutti i personaggi hanno il loro spazio e compongono un pezzo della situazione, interpretati da attori che abbiamo già visto in Tv e al cinema, facce familiari e perfette per il ruolo. Ci sono anche scene di sesso divertenti e abbastanza esplicite ma non è questo il punto: fare il puttano (o gigolò che dir si voglia) non è così facile. Bisogna reinventarsi, sapersi vendere, avere a che fare con situazioni mica tanto lineari e, soprattutto, bisogna rimediare le clienti. Tanya, la storia di una notte di Ray, una poetessa un po’ sfigata che non ha niente in comune con lui, si propone come la sua pappona. Da qui si sviluppa il rapporto principale della storia. Una specie di alleanza di affari tra due che hanno bisogno di soldi, o bisogno tout court, che è però anche un’amicizia sbilenca e mai banale, tenera alla fine. Ray è un ex vincitore che deve vedersela con il crollo di tutto quello che si è costruito: il lavoro che sta perdendo, la casa che è andata a fuoco (vive in una tenda nel suo giardino), le aspettative dei due figli emo-adolescenti e l’ex moglie che lo ha lasciato. Tanya è una perdente da sempre: troppo incasinata, sensibile e complessata per affrontare il capitalismo sentimentale. Tutto si sfascia e cambia assetto, come sabbie mobili, mentre ognuno di loro cerca di non affogare salvando un minimo di umanità. Arrivando all’ultima puntata (dove Tanya legge Donne che corrono con i lupi e possiamo immaginare una rivalsa nella seconda serie) ti rendi conto che il bello della serie sta nella sua verità: preparatevi tutti a diventare presto puttani o papponi.

Il rosa e le sue spine

Principessa. Modella. Reginetta di bellezza. Velina. Ballerina di fila. Playmate. Fatina. Sirenetta. Pussycat Doll. Bambola. Ragazza copertina. Pin-up. Wife-and-girlfriend. Ragazza immagine. Cubista. Malibu Stacy.

L’idea di un mondo popolato esclusivamente da questo genere di donne, per quanto decorative e piacevoli alla vista e al tatto, ha fatto venire un po’ di nausea ad Abi e Emma, creatrici della campagna PinkStinks: il rosa puzza. Il rosa che domina il mercato dedicato alle bambine, premettendo che le femminucce hanno bisogno di un ambiente ovattato, dolcificato e annaquato da portarsi dietro anche nel mondo adulto. In alternativa, la campagna propone la valorizzazione di altri modelli (non modelle) da seguire: creative, sportive, scienziate e businesswomen di successo.

Se il discorso femminista non vi convince, sappiate che la febbre dell’idiozia rosa può avere cause gravi come la messa in vendita di un prosciutto a forma di cuore.

Quelle a sinistra sono fette di prosciutto cotto.

Uomini e pensili

Ai tempi di mia nonna i mobili non si compravano uno alla volta. Ci si arredava la casa una volta per tutte da cima a fondo, scegliendo i mobili da un artigiano scrupoloso che li confezionava su misura. Tutto questo, dopo aver contratto regolare matrimonio con il giovane che aveva avuto l’ardire di chiedere la tua mano molto prima di chiederti di uscire con lui.

Ai tempi di mia mamma si andava per stanze: cucina e salone innanzitutto, il resto dopo un po’, tutto acquistato in negozi omonimi dei loro proprietari. La giovane coppia raggiungeva ripetutamente la periferia in cui questi negozi sorgevano e un po’ per volta si costruiva il nido, come un po’ per volta decideva di convolare a giuste nozze. Arrivati al mobile bar, se ne utilizzava il contenuto per non pensare alle parcelle dei reciproci divorzisti.

Io e le mie coetanee viviamo in appartamenti condivisi e già arredati, in cui ci accontentiamo di sistemare una libreria colorata acquistata in uno scatolone giallo-blu e che monteremo da sole, seguendo il rigido ordine delle istruzioni come fosse il salmo di lode alla nostra indipendenza. E tra una libreria e un comodino attraversiamo le diverse fasi di avvicinamento alla relazione che sogniamo:

  1. stavamo tanto bene insieme, ma poi è finita;
  2. sono stata bene con te, a proposito come ti chiami?
  3. chiaro, ora che lo cerco io lui sparisce…
  4. per favore non dire in giro che uscivo con lui;
  5. sfizi da togliermi me ne restano pochi, mi concentro sul lavoro/i miei nipotini/il cane/i criceti con le unghie da smaltare;
  6. è tutto perfetto e io ti adoro, ma ci siamo conosciuti nel momento emotivamente sbagliato.

Se state pensando di poter saltare uno di questi step, o di invertirne l’ordine vi prego di richiamare alla mente l’ultima volta che il vostro ultimo fidanzato ha virilmente buttato le istruzioni del pensile Skortsgodurd, che da allora giace sul balcone senza alcuna possibilità di salvezza.

PS: prima che lo chiediate, se sapessi cosa avviene dopo lo step 6 non avrei scritto questo post.

E per quando hai veramente gettato la spugna...

Cialtroni Sentimentali. Una tipologia ragionata. Il Quarto tipo.

Dall’8 settembre è in libreria un simpatico manualetto dal titolo Trattali Male (Piemme). L’autore è l’inglese (ma greco di origine) Gerry Stergiopolous. Gerry è un ex inquilino della Casa del Grande Fratello versione Brit ed è gay, il che spiega anche il funzionale titolo originale del libro (Trattali male e mantienili arrapati).
Sinteticamente il messaggio del libro è che ogni donna dovrebbe avere un amico gay, banalmente l’unico che ha il coraggio di dirti che quel vestito ti sta proprio da schifo ma anche l’unico ad essere uomo, spia oltre cortina, “che raccoglie informazioni e poi le dispensa alle donne”, come egli stesso afferma dalle pagine di Vanity Fair (n. 37, 16/09/09).
Lo slogan di Gerry è “Se dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, dietro ogni grande donna c’è un amico gay”.
E questo mi ha fatto molto riflettere. Perché per quanto un amico gay sia utile, e io lo so molto bene, credo anche che esista una spiegazione molto più semplice: dietro una grande donna ci sia una grande esperienza maturata da altrettanto grandi fallimenti (sentimentali).
E così ho fatto un po’ di mente locale e ho tirato fuori una prima tipologia ragionata di cialtroni sentimentali… . Per ora i tipi sono quattro:

L’“alternativo”: ha i capelli gialli, è alto e dinoccolato e indossa rigorosamente magliette al contrario e jeans oversize che sembrano usciti dall’officina di un meccanico. Per conquistarlo hai dovuto bere direttamente da una bottiglia di Jack Daniel’s che passa di mano in mano, peggio di bocca in bocca, durante la Festa della Semina e del Raccolto. Il suo anticonformismo ostentato e il disinteresse che dimostra verso qualunque attività produttiva, inclusa la spesa al supermercato, è direttamente proporzionale al conto in banca dei genitori. L’unica cosa positiva dell’alternativo è che, coerentemente alla sua lotta perenne-adolescenziale contro le convenzioni della società civile, non fa una piega se non ci siamo depilate le gambe.

La “prima donna”: la prima volta che ci parlate non vi fa aprire bocca e qualcosa vi dice che non avrete mai l’ultima parola (e manco la prima). Fidatevi del vostro istinto! Nonostante egli sappia irretirvi con il suo savoir faire e le sue capacità da vero mattatore. In mezzo ai suoi amici è brillante e istrionico ma probabilmente dotato di scarsissima autoironia e pronto ad andare in crisi al primo raffreddore del suo personal trainer. Un classico del cocainomane, di quelli che portano il colletto della polo alzato, di quelli che vi dicono “Sei fantastica”. Uhm…

L’“impenetrabile”: occhi languidi, meglio se verdi, e naso aquilino, gran parte del suo fascino dipende dall’essere immerso perennemente nei suoi pensieri, cosa che stuzzica il Sondaggista che alberga in ciascuna di noi. L’impenetrabile è affascinante come un vuoto d’aria ed è molto probabile che sia l’unico caso in cui alla domanda “a che stai pensando” la risposta “a niente” corrisponda a verità, soprattutto se la domanda è ripetuta nel silenzio dell’abitacolo di un’auto, in mezzo ai cespugli, dietro alle dune dei Cancelli di Ostia, per la cinquantesima volta. L’impenetrabile è tipicamente un programmatore, un geometra o un surfista in acido…

L’“inconsolabile”: è uno dei tipi più pericolosi e il motivo è che riesce, e neanche a farlo apposta, a fare leva sulla vostra vituperata e quanto mai reale Sindrome da crocerossina (Io ti salverò). Questo straccio d’uomo esce dalla Storia tormentata dall’esistenza degli ex-files: sostanzialmente il fantasma della ex. E lui sta lì continuamente a chiedersi quale donna di tale virtù e tempra morale possa mai sostituire la sua amata, che lo ha mollato ma che lui non dimentica e che di conseguenza diventa profondamente retroattiva. Anzi, sono rimasti Amici, perché il surrogato dell’amore per la donna Angelo è sempre meglio che darsi una svegliata, guardarsi attorno e smetterla di smanettare col cellulare. Mollate voi, non prima di avergli ricordato affettuosamente (perché ve l’ha raccontato lui, come tutto il resto) che la donna Angelo ha mollato lui e loro magione portandosi dietro il diaframma… L’inconsolabile è tipicamente un colletto bianco e, ovviamente, un assassino seriale.