Ma quali sorelle, non siamo nemmeno parenti


La pubblicità, come ogni forma di comunicazione, è interessante quando stimola il cervello – che sia anche con la finalità di vendere, ma almeno lo mette in funzione. Per raggiungere questo scopo, è valido provocare, dissacrare, ironizzare sulle vacche sacre.

La condizione è quella di cui sopra, far lavorare i criceti dentro al cranio. Scomodare Mameli in nome di un blando piattume e di un’immagine femminile all’edulcorante artificale, più che una vergogna nazionale è uno spreco. Soprattutto perché la versione dell’Inno ha meno verve di una sigla di Cristina d’Avena.

Non c’è bisogno di essere chissà quanto impegnati per tirare fuori qualcosa di bello accostando un Inno Nazionale a un prodotto da mettere ai piedi, basta fare come la Nike con Marvin Gaye.

Un pensiero su “Ma quali sorelle, non siamo nemmeno parenti

  1. razor bastian contrario in arrivo.
    a parte la banalità e le pessime scelte di regia (soprattutto se si fa il confronto con lo spot precedente), non vedo il motivo dell’indignazione riguardo questo spot. è brutto, e allora? non è mica il solo. dà una rappresentazione riduttiva della donna, e allora? non è mica il solo. non dice nulla di rilevante sul prodotto, e allora? non è mica il solo. il punto è la strumentalizzazione dell’inno nazionale? un inno brutto, datato, che mazzini in primis ha smerdato illo tempore definendone troppo vago il testo e troppo orecchiabile la musica e che nessuno sa (i calciatori, dopo le ripetute figure di merda, hanno dovuto frequentare un apposito corso cepu per impararlo). allora, mi indigno di più per il bolero di ravel usato per i detersivi o la brutta cover di i’m a passenger di lou reed usata per fiat idea o ancora heroes di bowie. ah, no, magari è per la dissacrazione del simbolo della nostra nazione. quella nazione razzista, omofoba e fallocratica in cui nessuno che io conosca e che scriva su questo blog riesce più a riconoscersi. in quanto donna, in quanto creativo e in quanto italiana, francamente ho tante di quelle cose per cui indignarmi che comincio a pensare di dover centellinare questo nobile sentimento. semplicemente in quanto creativo rido sotto i baffi (ma giovedì corro dall’estetista) osservando che il vecchio gioco di fare una cosa brutta perché desti schifo e dunque se ne parli funziona sempre. come la strumentalizzazione banale delle donne.

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