Dove siamo, esattamente?

coppia

Una domanda cruciale per molte donne è: come si fa a capire a che punto è una relazione?

Be’, cosa c’è da capire?

Lui vi si è avvicinato, vi ha chiesto “Vuoi metterti con me?”, vi siete dati un bacio sulle labbra ed è fatta, state insieme. Funziona esattamente così, se siete in quinta elementare. Da grandi tocca capire quante volte siete usciti, cosa è o non è successo durante le uscite, se vi ha o no portate a Catanzaro a conoscere la nonna (in questo caso vale la desueta espressione “fidanzarsi a casa”).

La prova definitiva d’amore e impegno, nei secoli, è passata dall’offerta della testa mozzata di un nemico a quella di un bacioperugina fino ad approdare al web-romanticismo: avete entrambi scritto che il vostro status è “In a relationship”. Ma anche lì dipende dalla persona.

Per cominciare si può ricorrere a un criterio semplice e comodo: la risposta è nel vostro guardaroba. Sì perché, nella vita come nelle serie tv, si può dire che una storia ha preso piede quando sopravvive a un cambio di stagione. Se quando lo avete conosciuto eravate avvolte nel cashmere (dell’Oviesse) e ora lo seducete a spalle scoperte, pollice in su. La season 2 della vostra commedia romantica è già partita. Speriamo che non la cancellino prima dell’autunno.

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Myspiace. Ossessioni, dichiarazioni, malintesi e figuracce nel mondo telematico.

E come scrisse Italo Calvino nel suo Perchè leggere i classici (1995, Mondadori, Milano): “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire“.

E’ con enorme modestia (visto l’incipit) che ripropongo, in questa, sede un classico scaturito dalle mie riflessioni sul nostro quotidiano rapporto con il virtuale dal titolo “Sindrome di maispeis”.

Ovviamente il rapporto di ricerca completo può essere richiesto, come di consueto, all’indirizzo razorsisters@gmail.com.

Sindrome di Maispeis.

La parola “sindrome” è utilizzata in medicina per indicare un insieme di sintomi e segni clinici che possono essere segno di una o più malattie. Maispeis è il nome di una nuova malattia, una realtà dilagante con cui tutti dobbiamo fare i conti, che ne siamo colpiti direttamente o meno. E’ il nostro dovere di uomini e donne e di cittadini. Non c’è modo di dire una cosa simile in modo diverso, ce lo insegna la rudezza e la scioltezza con cui di solito i medici ci comunicano certe cose.

A differenza del medico però, il quale di norma non ritiene opportuno e necessario rispondere alle domande che gli rivolgiamo con interesse e dovizia di particolari, qui si prova a riferire e spiegare la sintomatologia correlata alla sindrome di Maispeis, la cui eziologia è tuttavia ancora da indagare (per questo ogni anno, approssimativamente nel mese di Luglio si attua una raccolta di fondi, tramite banchetti nelle principali piazze italiane e la vendita di router wireless e interamente devoluti alla ARMA, Associazione per la Ricerca sulla Maispeis Addiction ).

Il sintomo, si ricordi, indica un’alterazione della normale sensazione di sé e del proprio corpo in relazione ad uno stato patologico, riferito dal paziente.

Una lista dei primi 5 sintomi principali, la cui presenza e diagnosi indica un incipiente sviluppo della malattia:

Sintomo da Top Friends: è il primo segnale della sindrome. La sua comparsa risale ai primi accessi al network. Alcuni pazienti riferiscono un disagio provocato dall’ordinamento degli amici preferiti nella Top Friends. E’ necessario ancora indagare la correlazione esistente tra ordinamento degli amici e grado di frequentazione con gli stessi, il che apre scenari del tutto inaspettati sul rapporto tra vita su maispeis e vita reale.
Le indagini più impegnative riguardano tuttavia la percezione di sé che deriva dallo scoprirsi declassati o estromessi da una top friends. La correlazione tra estromissione da top friends e livello di autostima è una delle grandi sfide che gli scienziati si trovano a dover affrontare, e vincere, nei decenni a venire.

Sintomo da About me: la descrizione del sé dipende dalla percezione del sé. E’ questo il presupposto da cui gli scienziati partono dopo aver constatato la difficoltà con la quale i pazienti riferiscono la gestione della suddetta sezione. Si è scoperto che esiste molto spesso uno scarto tra percezione del sé e immagine che si desidera offrire e che ciò è direttamente correlato al numero di about me visionati e alla professione dei loro possessori (tra le professioni individuate: copywriter, scrittori in erba, gente di spirito, intellettuali di sinistra). Si rilevano casi in cui la sezione è occupata da una singola simbolica foto e si ricorda un singolo caso, oggetto di un’indagine approfondita (case study), in cui la foto ritraeva un rotolo di carta igienica.

Sintomo da On line now!: alcuni pazienti riferiscono una necessità impellente a disfarsi della icona che indica l’avvenuto accesso al network e quindi la propria presenza virtuale. Le indagini si muovono in questa direzione e sono mirate soprattutto a scoprirne le cause più profonde e maggiormente radicate nel subconscio. Le cause apparenti sono state indagate, la principale delle quali risale ad una presenza ininterrotta nel network e di conseguenza al superamento dell’ostacolo costituito da continui login. Il maggior rischio correlato a tale sintomo è la mancanza di reali opportunità di dialogo, il che implica la messa in discussione del principale scopo della presenza sul network (C’è da precisare la coincidenza di tale sintomo con una sindrome diversa, quella da msn, e precisamente il sintomo legato alla cosiddetta “invisibilità”): tenersi in contatto.

Sintomo da “portierato” (vedi post-precedente): è riferito da pazienti dei quali è stata ampiamente accertata la correlazione tra la tendenza ad occuparsi delle altrui faccende, per usare un gergo maggiormente comprensibile se non scientificamente corretto, e l’appartenenza di genere, la curiosità e l’intensità della relazione affettiva e/o amicale che lega il profilo “portierato” al proprio. I rischi maggiormente correlati alla presenza di tale sintomo riguardano principalmente lo sconfinamento oltre i sei gradi di separazione, il monopolio delle conversazioni a tavola e l’impossibilità quasi reale di poter riferire una succosa novità spesso indicata dallo sguardo sornione del commensale e dal suo: «Ho visto», vedo dunque so. Non ultimo il rischio del licenziamento in tronco.

Sintomo “giapponese”: la denominazione proviene dalla proverbiale presenza nella mano di ogni giapponese di una fotocamera digitale. La maggior parte dei pazienti ascoltati riferiscono una presenza costante nelle proprie borse e tasche di tali oggetti, e una tendenza compulsiva a farne maggiore uso, alla ricerca della pic perfetta. Un sintomo che ricade nella medesima categoria fa riferimento all’uso della fotocamera nella stanza da bagno. Lo scenario più probabile riguarda il grado di correlazione tra l’uso della fotocamera in un luogo normalmente deputato ad altri scopi e funzioni e la presunta originalità della foto.

Le cure sono ancora in fase di sperimentazione. Vista la pericolosità dell’automedicazione, che per la maggior parte dei casi consiste nel suicidio virtuale (quale il grado di simbolismo insito in questa pratica? Quali ricadute sulla vita reale? Sulle proprie capacità di autocontrollo e disciplina?) e che comporta comunque una comprovata percentuale di ricadute pari al 99%, il consiglio degli esperti è rivolto a coloro che individuassero almeno tre di questi sintomi e raccomanda caldamente di rivolgersi a stretto giro ad uno dei sempre più frequenti specialisti in new addictions o ad un esorcista.

Semplice.