Il Rasoio d’Argento – Ricette semplici per evitare serate complicate

nemo

Terza portata: frittatina con la condizionale.

Ovvero, come utilizzare quella poltiglia schifosa di cuccioli di pesce che hai portato come souvenir dalla vacanza in Costiera.

Intanto tranquillizziamoci: capire se il consumo di bianchetti (o ciacianielli, o gianchetti, o neonata, comunque quella specie di fossa comune di pesciolini bianco-grigiastri con enormi occhi neri) sia lecito o meno e in che periodo dell’anno lo sia è un’impresa improba.
Stabiliamo come pietra di paragone che sono legali le infradito col tacco e dichiariamo risolti i (vostri) problemi di coscienza.

Dunque.
Prendi l’orrido ammasso di pesciolini e sciacqualo, evitando accuratamente di toccarlo.
Sbatti le uova per una normale frittata, aggiungendo pepe, poco sale e tantissimo prezzemolo.
Se hai della maggiorana in casa compi 3 operazioni:
1. chiediti perché ce l’hai;
2. controlla la data di scadenza;
3. aggiungila alle uova sbattute.

Adesso rovina quella simpatica macchia di colore giallo punteggiata di verde con i mollicci cadaverini grigiastri e combatti la loro tendenza a fare gruppo, sparpagliandoli con la forchetta.

Da qui in poi è facile e visto che scrivo di lunedì mi pare abbastanza.

Il rasoio ha detto sì.

Ci piace. Approviamo. Servizi, beni di consumo, idee e persone che meritano il bollino Razor.

“Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c’è modo di opporvisi”. (P. Süskind, Il Profumo).

… Se poi il profumo in questione è della linea creata dall’ultimo (stilosissimo) erede della dinastia Ricci e ha un nome come “Juliette ha una pistola” state sicuri che nessuno oserà opporsi!

Grandi amori, fugaci avventure. Ancora sugli amori immaginari delle ragazze.

Anche io, come Chiara ed Hom, ho avuto i miei grandi amori immaginari. Sono solo quattro. Sono una persona seria, io.

Il mio primo grande amore immaginario fu, a 13 anni, Nick Kamen. Ricordo che ascoltavo Loving you is sweeter than ever (non capendoci francamente un’h), mentre rischiavamo di morire all’uscita di una galleria sulla SA-RC. Il fatto che io sia ancora qui passò come una grazia della madonna di Pompei, mentre io non riuscivo a pensare ad altro che al ciuffo alla Elvis del mai dimenticato Nick. Come ben altre volte sarebbe accaduto nella mia vita, entrare in fissa con i ragazzi avrebbe costituito una valida alternativa alle preoccupazioni della vita.

Il mio secondo grande amore immaginario fu Bono degli U2. Mi innamorai della sua voce possente e della sua aura mistica, dei suoi modi risoluti da vero maschio e, purtroppo, anche del suo clone versione casereccia. Com’è probabile, ogni paesino gode della presenza di un certo numero di fenomeni da baraccone: matti che girano con le rose ficcate nel naso e vecchietti che toccano il culo alle minorenni o cloni di personaggi famosi. Bene, noi avevamo tutto questo (e molto altro) e anche il clone di Amedeo Minghi e… Quello di Bono Vox, si faceva chiamare “Tonino Bono Vox”. Durante la Fiera di primavera di quell’anno avevo fatto di tutto per riuscire a parlarci e con tutto l’entusiasmo dei miei 18 anni avevo sorvolato su alcune faccenduole: il fatto che mi passasse 10 anni, il fatto che questo coincidesse il numero esatto di anni di fidanzamento con una tipa per niente socievole soprannominata parrucca e degna di un film di Tarantino. L’ho scampata per un pelo.

Quando ebbi il mio terzo grande amore immaginario, ero già a Roma e il sottopassaggio su via dello scalo di San Lorenzo con i suoi graffiti e le bottiglie di birra rotte era quanto di più vicino al lontano mondo dell’ambiguo, dell’insano e del crepuscolare impersonato dal giovane Renton, protagonista di Trainspotting. Con l’entusiasmo dei miei 21 anni, per mesi, andai in giro cercando qualcuno che indossasse una sporca felpa dell’Adidas e fosse così fatto da chiedermi di uscire, qualcuno che conoscesse, come me, i versi della canzoncina dei New Order che Dianne cantava a Renton e che mi ripetevo come fanno le bambine con alcune formule magiche. Ad oggi, mi basta passare sul ponte della Casilina e guardare sfilare i treni con i piedi nella monnezza romana per ritornare alla realtà.

Il quarto, ed ultimo, amore immaginario fu Alex Kapranos dei Franz Ferdinand, sempre uno scozzese. Si vede che, tutto sommato, il puzzo di birra ed il tanfo di moquette mi attirano in misura maggiore che quello del Cirò e della nduja.

Il gelato di Hello Kitty

Il noto fenomeno ribattezzato “bamboccismo” era noto già da tempo alla comunità internazionale con il termine kidult un azzeccato neologismo frutto dell’incrocio evidente tra due parole: kid e adult. Il termine sta ad indicare la tendenza tutta contemporanea di una massa enorme di trentenni che per evidenti motivi psico-sociologici, che non staremo qui ad indagare (chi ne ha voglia?), si comportano come tredicenni. I ragazzi si attaccano alla playstation, fanno giochi di ruolo, fanno collezione di fumetti, impazziscono per i Simpson e indossano magliette con il simbolo di Superman. A volte si comportano da idioti brufolosi e non pagano la cena, come se non gli bastasse la paghetta dell’agenzia pubblicitaria di turno. Ma tant’è. Le ragazze… Le ragazze comprano costosissimi cosmetici in edizione limitata con l’effige della Barbie sulla scatoletta, si vestono come Avril Lavigne e fanno sempre gli stessi errori.

E poi, e poi c’è Hello Kitty. Il preoccupante e dilagante fenomeno nipponico a cui schiere di trentenni tutte martini, sesso e carriera non riescono a resistere. Ed Hello Kitty dilaga.

Devo ammetterlo: posseggo il righello di Hello Kitty, i trasferelli di Hello Kitty (sul cellulare, sul casco, sul motorino), l’astuccio metallico di Hello Kitty, la pochette porta-trucchi di Hello Kitty. Alla quale mi sono saggiamente fermata.

Ma è Hello Kitty a non fermarsi: esiste la Fender Stratocaster di Hello Kitty, lo scooter di Hello Kitty, la Smart di Hello Kitty, e una miriade di oggetti che la vostra mente mai avrebbe immaginato, come questo. Io rimango impalata davanti allo shop di Hello Kitty in via Appia per svariati minuti, in contemplazione del tostapane di Hello Kitty e dell’asciugacapelli di Hello Kitty.

E’ con immensa gioia che oggi ho scoperto la prossima commercializzazione del gelato di Hello Kitty. Seppure in periodo di diete e lotta alla cellulite persistente sono convinta che lo stecco di Hello Kitty sarà il vero fenomeno estivo, l’accessorio più trendy di stagione, in mano a tutte le tardo(ne) adolescenti in età da marito che lo scipperanno di mano alle loro nipotine undicenni dalle quali non si differenziano poi molto tranne che per il fatto che le più argute vi leggeranno anche un vago riferimento fallico nell’impugnatura.

Il Rasoio ha detto sì

Ci piace. Approviamo. Servizi, beni di consumo, idee e persone che meritano il bollino Razor.

Di più fighe non ce n’è.

Nessuno resiste ad Agyness Deyn, la bellezza rock n’ roll del momento.

Agyness

Agyness 2

In alto nel servizio per Rolling Stone e qui con un non identificato buttafuori romano, che rivela il proprio ruolo chiave nel successo di Agyness:

Lei prima se sfondava de matriciana… j’ho detto taja, taja che sennò nun fai cariera...”

Scienza amica: scoperto il segreto dell’immortalità

Peccato che lo celino gelosamente solo ed unicamente le fottute cellule grasse. Un nuovo studio svedese sulla rivista Nature ci svela che c’è una parte di noi che non muore mai. Col cavolo che è l’anima o chi per lei. A non morire mai è proprio l’adipe: nasciamo e moriamo con lo stesso numero di cellule grasse che se eliminate vengono velocemente rimpiazzate da altre. Diciamocelo: qualcuna di noi lo sospettava da tempo. Ma si, quelle pancette immortali, quelle culotte de cheval sempreverdi, quei coscioni high-lander… le donne lo sanno da tempo che la battaglia con le immortali cellule grasse è un’unica e sconsolata sconfitta senza tempo e senza quartiere. Diete e sport non sono che paliativi temporanei tra una cellula grassa che muore e un’altra che resuscita più bella e più nuova che pria e magari ci fa anche una pernacchia. Pare che questa scoperta apra nuovi ed entusiasmanti scenari nella ricerca anti-obesità. Ci vorrà tempo ed esperimenti vari. Nel frattempo io mi alleno a venerare le mie cellule grasse. Esse sono tante. Esse sono potenti. Esse ci sopravviveranno sempre e comunque. Altro che gli alieni di Scientology…


Il Rasoio ha detto no

Tenete questa roba lontana da noi.

Roma, sabato sera. Due ore spese per prepararsi. Aperitivo dalle 8 alle 10, birra in piazza dalle 10 alle 11, serata electro-techno-e anche un pò gay, dalle 11 alle 3. C’è chi saggiamente indossa le sneakers (uomini) e chi altrettanto saggiamente decide di addormentarsi sul sedile posteriore di un taxi che non è neanche l’una. Chi imperterrito continua a stare IN PIEDI ritorna alla macchina mesto come se stesse camminando per esperimento su alcune centinaia di confezioni di uova… E senza doverle rompere. Proseguiamo silenziosamente per un 50 metri quando alla fine, guardandoci in faccia, ci scopriamo complici della più grande cazzata mai pronunciata dalla saggia bocca del buon senso comune: chi bella vuol parire un pò deve soffrire. I piedi ci sanguinano. Le stronzissime ballerine di plastica!

(Putroppo, la cosa bella del senso comune è che ha sempre ragione… Ceretta, scarpe troppo strette o troppo alte, o troppo di plastica, lenti a contatto+mascara+kajal, massaggi shiatsu, liposuzioni, creme che pizzicano per rassodare, lisciare, volumizzare, litri e litri d’acqua che scappa sempre un pò la pipì, pesi, palestra e diete mortificanti. Chi di noi non soffre almeno un pò tutti i giorni per compiacere e compiacersi?)

Quindi, quando ho aperto il mio archivio di foto pescate per la rete stamattina e ho ritrovato queste fantastiche scarpe con il tacco al contrario ( Collezione P/E 2008 ) ho pensato che il buon senso comune s’era preso una bella vacanza dalla fantasia di Marc Jacobs. Soffrire sì, ma almeno per qualcosa che nn ci faccia sembrare un fenomeno da baraccone, una vera sfida alle leggi della fisica… Insomma, soffrire sì ma non per un paio di scarpe brutte. Questa è la regola.

Marc! Ritorna a fornirci delle tue dolorosissime ma divine ballerine!

Razorflash

Ragazzi, qui si perde tempo a parlare di politica e crisi dei cereali (lì per lì ho temuto un rincaro del prezzo degli special-chei al cioccolato fondente, ma poi ho capito che era più grave) mentre il mondo va avanti e i veri avvenimenti da discutere sono altri.

Ebbene sì, Mariah Carey si è sposata. Lei ha 38 anni, lui 27. Forse il matrimonio era una specie di bonus offerto dal chirurgo plastico, in omaggio con un rifacimento totale dalle sopracciglia all’alluce.

Il maritino Nick Cannon a quanto pare è famoso in America. Qui, no.

In alto, vediamo lo sposo mentre impugna la sua grossa pistola nera.

E qui lo ritroviamo vestito da figlio del cumenda, mentre la sua prorompente dolce metà gli ricorda che se vuole una donna piatta, si fidanzasse con una tavola da surf.