Sono tornati

“Maggio 1939; dopo un terribile viaggio ipodermico e sotto sale, i nostri eroi riprendono conoscenza ed atterrano sul pianeta rosso” (Fascisti su Marte, 2006)

Aprile 2008; dopo aver tramato a lungo, ed essersi impossessati delle tecniche aliene di invasione corporea, nonchè dell’elettorato tutto, il nostro manipolo di eroi torna lì da dov’era partito: O Duce, Roma è nuovamente e massimamente tua!

I Bolscevichi, quelli la cui anima e corpo rimane di loro proprietà, fuggono terrorizzati.

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Argomenti pelosi/Pubblicitari in bianco nel periodo rosso?

Pensavo che avesse smesso di parlarne, ma ancora qualche tempo fa Luciana Littizzetto reiterava la sua storica invettiva contro le pubblicità nostrane di assorbenti. Questo post è per lei e per tutte le nostre care lettrici, perché finalmente su questo argomento peloso venga fatta luce.

Vero è che i nostri pubblicitari, per retaggio culturale e sociale, non brillano certo di una creatività sorprendente. Spesso però, anche quel minimo sindacale di genio creativo viene subito castrato da quei raffinati illuministi che compongono i C.d.A. delle aziende italiane, tuttora legati alla tradizione di lentissime riunioni attorno al fuoco, presso la sede delle loro caverne, clava alla mano. Ma tant’è, l’immagine ridicola che descrive le donne nel loro periodo mensile non è una prassi italiana né recente. Dipende da un vecchio retaggio legato alla vergogna e alla goffaggine che coglierebbe la donna in quei 3-5 giorni “no”.

Oggi le cose dovrebbero essere diverse, la maggiore consapevolezza del proprio corpo non dovrebbe causare alcun imbarazzo. Eppure c’è chi è ancora convinto che gli assorbenti si vendano solo resuscitando un senso di vergogna primitiva che cova ad altezza del cavallo dei pantaloni, possibilmente bianchi. L’unica spiegazione è che la demenziale pubblicità pensata per le donne, sia progettata da uomini sofferenti la superiorità creativa che le loro compagne esprimono quando non hanno voglia di dargliela. Tentando di scimmiottarle, continuano a proporci il loro stereotipo di donna, nella quale nessuna si può però rispecchiare, eccezion fatta per le loro madri, dei pubblicitari, intendo. Credono forse che mostrando una di noi così attiva anche durante il ciclo (come se non lo fossimo sempre?!?) ci convincano a dargliela pure con gli sgoccioloni?

Comunque, ho trovato alcune vecchie réclame che hanno fatto la storia della pubblicità degli assorbenti, sia interni che esterni, che ben illustrano lo scarso progresso dell’argomento. Ed è giusto parlare di storia perché oggi dovremmo dimenticare questi vecchi “strumenti” per la raccolta del flusso e optare per la Mooncup, la coppetta mestruale ecologica. Non è proprio una novità in sé, la vera novità sarebbe infatti utilizzarla tutte. Ma di ciò vi parlerò a fine mese, quando farò una prova per le lettrici del blog.

Nel frattempo, ecco una rapida carrellata storica di come si sia tentato di vendere alle donne non solo un assorbente ma anche la libertà di movimento, per la quale ringrazio il Museo della Mestruazione (e se non credete che esista, eccovi il link www.mum.org)

Consigli per gli acquisti

Vi sarà sicuramente capitato di vedere questo spot qui sopra, in cui l’attore americano Matthew McConaughey fa il testimonial per una marca di profumo very glamour – benché di mass market.

Molte ragazze lo ricorderanno come lo spot durante il quale hanno abbandonato qualunque cosa stessero facendo per dedicarsi unicamente a sbavare. Il profumo però è maschile. Teoricamente lo spot è rivolto agli uomini.

Ora, quando noi donne vediamo uno spot con Kate Moss o Gisele Bündchen o Natalia Vodianova – insomma il meglio del DNA umano – tendenzialmente desideriamo essere come loro e quindi desideriamo il prodotto che stanno pubblicizzando. Quando vediamo McConaughey desideriamo lui.

Voglio capire due cose:

Cosa prova il target dello spot – cioè un uomo – davanti a quei trenta secondi di ficaggine ostentata?

Quale spot, quale modella o attrice – parlo di qualcosa che possa andare in onda in prima serata, non a tarda notte – provoca negli uomini l’effetto “mollo tutto e sbavo”?

Intanto godetevi Matthew.

Razorflash – an eye on the news

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pic: http://www.marriedtothesea.com

La stampa c’informa che, secondo una ricerca americana, la felicità arriva con gli anni.

In base all’indagine svolta dall’Università di Chicago – il dottore si chiama Yang Yang, senza Yin, per forza è su di giri – alla domanda “Sei felice?” la percentuale di risposte positive è direttamente proporzionale all’età degli intervistati.

Quindi, amiche e amici, basta aspettare. Gioire ad ogni nuova ruga, esultare ogni volta che il ginocchio ci scricchiola quando non dovrebbe. Il reumatismo indica che la felicità è dietro l’angolo. Tanto, grazie alla chirurgia plastica e all’industria cosmetica, possiamo restare belli fuori ed essere felici dentro.

Ah. Il resto della notizia diceva che le generazioni precedenti si giudicano più felici perché hanno avuto vite appaganti, in cui hanno creduto in qualcosa. Io, per ora, credo molto nel peeling, nell’idratazione e talvolta nel redbull & vodka.

L’attacco dei cloni

Kevin & Kevin

Di un paio di giorni fa la notizia che la povera Britney stia frequentando un clone del suo ex marito Kevin Federline.

Ok Britney, sei solo la conferma empirica che QUASI tutti gli uomini sono uguali. Di conseguenza non è vero che le ragazze hanno la tendenza ad innamorarsi sempre degli stessi tipi. Mica siamo sceme.

Il Rasoio d’Argento – ricette semplici per evitare serate complicate.

cuoca

Seconda portata: Fluire amarostico della Stagione dei Ciliegi (Olio di rucola).
Di quando una brutta giornata smette di essere il nemico delle meravigliose ballerine Marc Jacobs comprate in saldo al 70% l’assolato giorno precedente, trasformandosi nell’occasione per reinventarsi casalinghe perfette. Con un evidente errore di prospettiva.

Ingredienti:
1 pomeriggio di caccia all’Ikea che porti come conseguenza l’acquisto di un mortaio;
1 slancio di entusiasmo nei confronti di un mazzo da 1 kg di rucola;
1 cena che non basta a smaltire il suddetto kg di rucola;
1 domenica di aprile all’aroma di grandine e vento tipo Katrina;
olio;
sale grosso.

Prima che sia in grado di scappare e buttarsi da solo, prendi un po’ del kg di rucola, mettila nel mortaio con una presa di sale e inizia a recitare il Mantra della non relatività delle unità di misura:
Un mazzetto di rucola/sta in una mano
un covone di rucola/riempie la busta.

Quando sentirai un torpore di pace scendere sul bicipite, aggiungi dell’olio e ricomincia a pestare. Accompagna questa seconda fase con l’Haiku:
Piove, c’è vento
Pesto erba per ore.
Mannaggia Santo*
.

Continua ad aggiungere e pestare rucola fino a esaurimento scorte o tuo o finché non inizia Dr. House, poi versala in un’oliera o qualunque altra cosa, filtrandola con un colino.
Puoi impiegare questo tempo variabile per cimentarti anche tu nella magnifica e millenaria arte del componimento poetico, o anche no.

L’olio va usato entro un mese e puoi metterlo praticamente su arrosti, insalate, come pure il battuto che rimane sul fondo del colino. Che però entro qualche ora potrebbe cominciare a recitare il Tanka del rimpianto del pesto:
Sto nel colino
Aspetto il destino
Mi sento solo.
Oltre questo retino
Ho visto troppo poco.

*Invocazione atipica dal significato oscuro, risalente al tempo della Dinastia Nanboku-cho.

Argomenti Pelosi/ragionare con i piedi

Gli uomini liquidano i nostri acquisti di scarpe con le parole “follia” e “stupidità”. In realtà l’argomento è molto più “peloso” e troppi fattori ci spingono a varcare le porte dei negozi di scarpe più costosi. Solitamente, più è pesante la motivazione che ci spinge dentro il negozio, tanto più è leggero il portafoglio all’uscita. Un paio di scarpe non è solo un paio di scarpe, non è solo la necessità di calzare il piede o l’acquisto obbligatorio in vista di una cerimonia chic. E’ una Scelta che, nella cattività in cui spesso ci troviamo per autolesionismo, ci regala un brivido di edonistica trasgressione a regole che mal sopportiamo. La frustrazione e per assurdo, la miserabile capacità di spesa in cui siamo ridotte in questo paese, ci spingono a voler comunque possedere qualcosa che ci renda felici e non parlo certo di un paio di Nero Giardini. E’ l’infelicità a provocare gli acquisti, solo in apparenza, folli: nessuna miseria tiene troppo lontana una donna dalle scarpe desiderate. “Cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe”, cantava Elio in una canzone intitolata La follia della donna, manco a dirlo.

La verità è che siamo tutte terribilmente più voraci di scarpe in concomitanza ai cambiamenti della nostra vita, spesso legati alla fine di un rapporto e mescolati ad altri fastidi sociali. Se infatti sei una disgraziata con uno stipendio di 1.000 euro, costretta a fare la bambocciante a casa dei tuoi e ti sei lasciata con un fidanzato più infestante dell’edera, adesso puoi però permetterti di spendere i tuoi pochi soldi in modo più simpatico che in visite ginecologiche, ovuli, candelette e pomate antibiotiche.

Se ti senti inadeguata, è una reazione “normale” e per fortuna, passeggera. Probabile anche che tu ti senta un cesso. Magari lo sei pure, dopo tutti quegli antimicotici. Hai urgenza di un sogno immediato e abbordabile. Non puoi però permetterti una crociera o un vacanza a New York di 15 giorni e nemmeno una settimana in una spa. Ma una gratificazione te la meriti e la devi avere, ad ogni costo. Che non superi l’ammontare di tutte le pause pranzo che salterai questo mese. Se poi come per magia alla fine di una tetra giornata di lavoro, ti ritrovi davanti a una vetrina di scarpe e dopo 5 minuti sei alleggerita di 250 euro, non è un dramma. Capita a tutte. In fondo, dopo la preventiva analisi di comparazione economica fra sogni, i 250 euro sono i meglio spesi, per un sogno che cammina con te, a 12 cm. da terra, come l’altezza del tuo volo pindarico.

Ecco spiegato (ai maschi) l’arcano della presunta irrazionalità e stupidità che si cela dietro gli acquisti sfrenati di scarpe da parte delle donne. In realtà dietro c’è tutto un ragionamento, quindi una forma di razionalità, che è il mantenimento della propria integrità psicofisica. E’ il ritorno a volersi bene, a prendersi cura di sé. E’ un sogno che si concretizza con la fatidica frase: “Sì, le prendo!” che per una donna, nello stato delle donne oggi, è il sì più importante pronunciato nella vita. In verità, un sì pronunciato molte volte, che rimpiazza il ciclo obsoleto del “Sì! Lo voglio!” plurimo, che un tempo illudeva le donne di sentirsi complete. Gli stilisti lo sanno. Ma loro per la maggior parte sono gay, quindi non ci possono infestare, se non felicemente, di scarpe.